I rapporti tra i medici convenzionati esterni e gli enti sanitari, corrispondono a rapporti libero-professionali che si svolgono di norma su un piano di parità, non esercitando l’ente pubblico nei confronti del medico convenzionato alcun potere autoritativo, all’infuori di quello di sorveglianza

La vicenda

La Corte d’ Appello di Napoli aveva respinto l’appello proposto da un medico convenzionato contro la sentenza con la quale il giudice di primo grado aveva rigettato la domanda dallo stesso formulata nei confronti dell’Inail, volta ad ottenere la condanna dell’Istituto al pagamento della somma di 144.405,55 euro, richiesta a titolo di risarcimento del danno in relazione all’illegittima reiterazione di incarichi conferiti nell’arco temporale febbraio 1995/marzo 2006, senza sostanziale soluzione di continuità, ad eccezione del periodo gennaio 1998/settembre 1999.

Al ricorrente, medico specialista in chirurgia plastica, l’ente previdenziale aveva conferito incarichi trimestrali ai sensi del D.P.R. n. 500 del 1996, art. 10, comma 7 e del successivo D.P.R. n. 271 del 2000, art. 10, comma 8, ma di fatto, secondo l’assunto difensivo, si era instaurato un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e, pertanto, l’Istituto avrebbe dovuto corrispondergli il trattamento retributivo previsto per i dirigenti medici degli enti pubblici non economici dai c.c.n.l. succedutesi nel tempo.

La Corte territoriale aveva evidenziato che al medico fosse stato corrisposto, con il suo consenso, il compenso previsto dal D.P.R. n. 271 del 2000, art. 28 per i sostituti non titolari di altro incarico, perciò egli non avrebbe potuto pretendere null’altro, sia perchè i rapporti a termine non possono essere convertiti in contratti a tempo indeterminato ai sensi del  D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, sia in quanto le risultanze istruttorie non consentivano di ritenere provata l’asserita continuità della prestazione.

La vicenda è giunta dinanzi ai giudici della Suprema Corte.

Si è, da tempo precisato che non esiste nell’ordinamento un principio generale, ancorchè settoriale, “di assimilazione delle prestazioni svolte presso enti sanitari dai medici in base a convenzioni, stipulate secondo lo schema della L. n. 833 del 1978, art. 48, a quelle rientranti nell’ambito del rapporto di pubblico impiego, stante il fondamentale tratto di disomogeneità costituito dall’assenza del requisito della subordinazione nei rapporti d’opera professionale, ancorchè di collaborazione coordinata e continuativa, che li assoggetta ad un regime giuridico completamente differenziato” (Cass. n. 20581/2008).

Se ne è tratta la conseguenza dell’inapplicabilità di tutte le disposizioni che presuppongono la natura subordinata della prestazione, ivi compresa la disciplina del rapporto a tempo determinato, in relazione alla quale, con specifico riferimento al tema della conversione, le Sezioni Unite della Cassazione hanno osservato che “le affinità fra lavoro parasubordinato e lavoro propriamente subordinato non comportano alcuna osmosi delle rispettive discipline sostanziali, perchè la parasubordinazione è sempre riconducibile all’area delle prestazioni autonome, di guisa che, ferma l’assimilazione disposta dal legislatore ai soli fini del trattamento processuale, non è ipotizzabile, in ragione della persistente differenza della natura e nel silenzio della legge, l’applicazione al primo di disposizioni dettate per il secondo” (Cass. S.U. n. 2045/2006).

La natura del rapporto di lavoro del medico convenzionato esterno all’ente

Quanto, poi, al diritto dell’Unione Europea, il Supremo Collegio ha evidenziato che secondo la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia, formatasi principalmente in relazione all’interpretazione dell’art. 45 TFUE, la caratteristica essenziale del rapporto di lavoro è “la circostanza che una persona fornisca per un certo periodo di tempo a favore di un’altra e sotto la direzione di quest’ultima prestazioni in contropartita delle quali riceve una retribuzione” (Corte di Giustizia 20.9.2007, Kiiski, C-116/06, punto 25 e giurisprudenza ivi richiamata). E’ stato più di recente chiarito che “un rapporto di lavoro presuppone l’esistenza di un vincolo di subordinazione tra il lavoratore e il suo datore di lavoro e che l’esistenza di un siffatto vincolo deve essere valutata caso per caso, in funzione di tutti gli elementi e di tutte le circostanze che caratterizzano i rapporti fra le parti” (Corte di Giustizia 11.4.2019, Bosworth e Hurley, C-603/17, punto 26, che richiama Corte di Giustizia 10.9.2015, Holterman Ferho Exploitantie, C-47/14, punto 46, nonchè Corte di Giustizia 20.11.2018, Sindicatul Familia Constanta, C-147/17, punto 42).

In quest’ottica la Cassazione ha escluso, con la sentenza n. 8457/2011, che il rapporto intercorrente con i medici convenzionati ex L. n. 833 del 1978, art. 48, in quanto non connotato da subordinazione, possa essere ricompreso nell’ambito di applicazione delle direttive che presuppongono la nozione comunitaria di lavoratore e detta conclusione, è stata ribadita anche con riferimento alla fattispecie in esame.

La decisione

In definitiva, la Suprema Corte (Sezione Lavoro, sentenza n. 6294/2020) ha rigettato il ricorso affermando che il rapporto di parasubordinazione che si instaura tra il medico convenzionato e l’ente sanitario non può essere assimilato a un rapporto di lavoro subordinato.

La redazione giuridica

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