Accolto il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di appello contro la condanna di un uomo per minaccia in luogo del delitto di violenza privata

“Ritira le denunce altrimenti ti farò pentire di essere nata”. Questa la minaccia costata a un uomo la condanna in primo grado ai sensi dell’art. 612 del codice penale. Il giudice di pace rilevava che l’imputato, violento e alcolista, era stato ripetutamente denunciato dalla moglie e che la telefonata era stata causata dalle denunce che la persona offesa aveva sporto nei confronti dell’imputato per altri fatti. Il giorno della minaccia l’imputato aveva telefonato alla parte offesa e con fare minaccioso l’aveva spaventata con la frase di cui al capo di imputazione per intimorirla e farle ritirare le denunce.

Contro la sentenza del Giudice di Pace ricorreva per cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello sostenendo che la qualificazione del delitto come minaccia era errata in quanto il fatto era in realtà riconducibile alla fattispecie della violenza privata tentata, attesa la finalizzazione della condotta ad ottenere un facere.

Per la Suprema Corte, che si è pronunciata sul caso con la sentenza n. 14004/2020, il ricorso è fondato.

Il criterio distintivo tra il delitto di violenza privata e quello di minaccia – sottolineano dal Palazzaccio – risiede non nella materialità del fatto che può essere identico in ciascuna delle due fattispecie, bensì nell’elemento intenzionale. Ed infatti mentre per la sussistenza della minaccia è sufficiente che l’agente eserciti genericamente una azione intimidatoria – trattandosi di reato formale con evento di pericolo immanente nella stessa azione – la violenza privata, invece, presenta sotto il profilo soggettivo un “quid pluris”, essendo la minaccia diretta a costringere taluno a fare, tollerare od omettere qualcosa, con evento di danno costituito dall’essersi l’altrui volontà estrinsecata in un comportamento coartato.

In sostanza mentre nella minaccia l’atto intimidatorio è fine a se stesso e per la sussistenza del reato è sufficiente che l’agente ponga in essere la condotta minatoria in senso generico, trattandosi di reato formale con evento di pericolo immanente nella stessa condotta, viceversa nella violenza privata la minaccia (o la violenza fisica) funge da mezzo a fine e occorre che essa sia diretta a costringere taluno a fare, tollerare od omettere qualcosa, con evento non di pericolo ma di danno, rappresentato dal comportamento coartato del soggetto passivo, dipendente dall’atto di intimidazione (o di violenza) subito.

Per la Cassazione, dunque, nel caso in esame il fatto doveva essere ricondotto alla ipotesi del tentativo di violenza privata, in quanto la minaccia non era fine a sé stessa ma direttamente finalizzata, nella stessa prospettazione del giudice di merito, ad ottenere dalla vittima un facere: il ritiro delle denunce.

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