Morta all’ottavo mese di gravidanza, rischio processo per due medici

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morta due giorni dopo la nascita

Chiuse le indagini sul decesso di una donna, morta all’ottavo mese di gravidanza ad Alessandria lo scorso giugno. Prima di lei aveva perso la vita anche la nascitura. Fatale una sepsi non trattata in tempo

Avviso di chiusura delle indagini per due medici dell’ospedale di Alessandria. I professionisti sono finiti nel mirino della Procura per il decesso di una 41enne, morta all’ottavo mese di gravidanza assieme alla piccola che portava in grembo. La Procura ha invece proposto l’archiviazione per altri cinque camici bianchi indagati.

La donna, maestra e già mamma di un’altra bimba, lo scorso giugno era uscita per una passeggiata con il marito. Era ormai alla trentacinquesima settimana di gestazione; sino a quel momento tutto era filato liscio. Al rientro a casa, tuttavia, come ricostruisce la Stampa, aveva iniziato ad accusare stanchezza, febbre e dolori lombari.

Quella notte stessa, quindi, la coppia si era recata in ospedale ed era stata presa in carico dal primo medico del Pronto soccorso che, dopo aver sottoposto la donna agli esami di prassi, aveva chiesto un consulto specialistico. Nonostante il ginecologo interpellato non avesse ritenuto di doverla ricoverare, il camice bianco, visto che la febbre non scendeva, aveva deciso di trattenere la gestante per altri esami. Alle 8 del mattino aveva passato le consegne al collega del nuovo turno il quale, dopo meno di due ore e senza attendere l’esito dell’emocoltura, aveva dimesso la paziente prescrivendole tachipirina e riposo, ma nessun antibiotico.

Una volta a casa la donna aveva cominciato ad accusare dolori insopportabili tanto da rendere necessario un nuovo accesso in ospedale a distanza di poche ore. A quel punto però la situazione era già grave.

La 41enne era stata sottoposta a un cesareo d’urgenza, ma la piccola non ce l’aveva fatta.

Subito dopo – riferisce la Stampa – si era resa necessaria l’asportazione dell’utero per una grave emorragia in atto. L’isterectomia non era riuscita però a fermare la perdita di sangue. Gli inquirenti hanno ipotizzato anche  il taglio dell’arteria uterina  anche se tale ipotesi, secondo i consulenti, non sarebbe stata determinante per l’esito tragico della vicenda. La sepsi, infatti, non trattata ore prima, era ormai in stato avanzato e il quadro generale della donna così compromesso da risultare irreversibile.

A detta dei periti, però, un’adeguata terapia antibiotica, somministrata dopo il primo accesso in Pronto soccorso, avrebbe potuto, con elevata probabilità, salvare sia la mamma che la figlia. Su queste basi il ginecologo che visitò la donna e il dottore che la dimise rischiano ora di dover affrontare il processo.

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