E’ danno iatrogeno l’aggravamento, causato da errore medico, delle conseguenze di una patologia, o  lesione, già esistenti e solo l’aggravamento deve essere risarcito

Un uomo cita in giudizio l’Ospedale di Vercelli onde vedere accertata e riconosciuta la responsabilità dei sanitari per il danno biologico del 15% causatogli dalla condotta negligente e imperita dei Sanitari. Il paziente espone di essere stato sottoposto a intervento chirurgico di nefrectomia destra per via lombomatica e che a distanza di 1 mese dall’intervento si verificavano ripetuti episodi febbrili cui seguiva un ulteriore ricovero con diagnosi di dimissione “fistola duodenale in esiti di cistectomia e cicatrice lombomatica destra consolidata con tramite fistoloso circondato da cute iperemica”.

A distanza di 2 mesi dall’intervento di nefrectomia l’uomo viene sottoposto nuovamente a intervento di “duodenodigiunostomia laterolaterale e coledocotomia per applicazione del tubo di Kehr.. confezione di gastreneteroanastomosi verticale posteriore transmesocolica con eneteroanastomosi al piede d’ansa”.

Sulla base di tali premesse, il paziente ritiene i Medici dell’Ospedale di Vercelli responsabili in quanto attesa la prevedibilità’ della lesione duodenale quale probabile complicanza dell’intervento di nefrectomia, avrebbero dovuto eseguire un controllo degli organi viciniori prima di procedere alla chiusura del campo operatorio, sì da provvedere immediatamente alla sutura diretta della lesione.

Inoltre, sempre secondo l’assunto del paziente, i medici avrebbero dovuto immediatamente eseguire gli opportuni approfondimenti sin dal ricovero per stato febbrile, anziché attendere la comparsa della fistola come da successiva diagnosi.

La causa viene trattata dal Tribunale di Vercelli (sentenza n. 402 del 7 ottobre 2020), e istruita mediante CTU medico-legale, all’esito della quale viene considerata fondata la domanda dell’attore.

Nello specifico, la condotta colposa dei sanitari viene ricondotta non all’esecuzione dell’intervento chirurgico di nefrectomia – atteso che il CTU ha confermato che fu eseguito a regola d’arte -, ma alla condotta post-chirurgica.

Il CTU afferma: “censurabile.. la copertura antibiotica post- intervento, che si ritiene non possa garantire una adeguata copertura (e infatti i chinolonici non sono neppure nominati nelle Linee Guida per la prevenzione delle complicanze infettive postoperatorie..)” e che “tale scelta incongrua fu purtroppo causa dell’instaurarsi del focolaio infettivo che con grande probabilità non si sarebbe formato in presenza di adeguata copertura antibiotica”.

Egualmente censurabile la scelta dei Sanitari -al momento del secondo ricovero del paziente, pur a fronte degli accertamenti ulteriori che mostravano il persistere di gravi segni sistemici di infezione e di raccolta flogistica in loggia renale-, di sostituire soltanto la terapia antibiotica, senza provvedere ad una adeguata manovra di drenaggio.

Tale approccio attendista ha comportato la formazione di una fistola, sicché “il materiale purulento, come aveva prima colliquato i tessuti tegumentali, così aveva successivamente colliquato i tessuti duodenali”.

Solo dopo 2 mesi il paziente veniva sottoposto ad intervento chirurgico per la rimozione della fistola e “il più piccolo intervento chirurgico che avrebbe potuto essere effettuato nel corso del precedente ricovero per via percutanea (o addirittura non essere necessario se il drenaggio della raccolta purulenta e una appropriata terapia antibiotica avessero portato a guarigione) dovette essere sostituito dall’ormai necessario intervento laparatomico con confezionamento di una duodeno- digiunostomia latero-laterale con gastro-entero-anastomosi verticale posteriore trans- mecolica con entero- anastomosi al piede d’ansa”.

In definitiva, la condotta colposa dei sanitari, è sussistente per omissione terapeutica consistente nell’avere omesso di praticare al paziente la dovuta profilassi antibiotica dopo l’intervento per prevenire le complicanze infettive postoperatorie nel rispetto delle linee guida.

Le lesioni residuate a carico dell’attore sono quindi da ricondursi in termini di rapporto causa – effetto all’imperito trattamento post operatorio e alle complicanze immediatamente successive alle scelte attendiste dei sanitari, i quali avrebbero dovuto sottoporre il paziente ad un diverso trattamento antibiotico e, al momento del secondo ricovero immediatamente provvedere a drenare la raccolta purulenta evidenziata dalla TAC all’addome e, al successivo ricovero, eseguire subito l’intervento chirurgico per consentire la sutura diretta del difetto duodenale, senza ritardarne l’esito di ulteriori dieci giorni.

Risulta provato, dunque, il nesso causale tra colpa dei sanitari e pregiudizio alla salute  consistente in un aggravamento di lesione già esistente, in quanto, sulla base di un giudizio controfattuale e secondo la regola della c.d. preponderanza dell’evidenza,  ove i sanitari avessero sin da subito sottoposto il paziente alla corretta terapia antibiotica e drenato l’ascesso, il peggioramento della salute non si sarebbe verificato.

Evidenzia il Tribunale che il ristoro del danno va perimetrato alla “sola parte dell’aggravamento”, poiché la patologia preesistente, ovverosia neoplasia renale dx che ha condotto alla nefrectomia, non è imputabile ai Sanitari.

Nel caso di danno iatrogeno, quindi, gli eventuali postumi permanenti consistono in un danno disfunzionale che si inserisce in una situazione in parte già compromessa, rispetto alla quale si determina un incremento differenziale del pregiudizio.

Laddove un paziente, già affetto da una menomazione dell’integrità fisica, subisca una compromissione ulteriore a causa di un inadempimento del sanitario, l’ammontare del danno liquidabile deriva dalla differenza tra il montante risarcitorio previsto dal sistema tabellare e quello corrispondente all’invalidità ineliminabile e normalmente risultante dal trattamento medico.

Occorre, quindi, procedere con il metodo della prognosi postuma e stabilire quale sarebbe stato il grado di invalidità permanente e la durata della malattia che il paziente avrebbe subito ove il sanitario non fosse incorso in colpa professionale.

Successivamente occorre stabilire quale sia l’effettivo grado di invalidità permanente, l’effettiva durata della malattia patiti, per poi detrarre il valore globale raggiunto dal primo calcolo dal valore globale raggiunto dal secondo calcolo.

Deve assumersi come percentuale di invalidità quella effettivamente risultante, alla quale va sottratto quanto monetariamente indicato in tabella per la percentuale di invalidità comunque ineliminabile e non riconducibile alla responsabilità del sanitario.

I postumi della lesione da colpa medica , nel caso concreto,  hanno portato il danno biologico di cui soffre il paziente dal preesistente 40% all’attuale 52%,  è necessario pertanto sottrarre dalla liquidazione del danno calcolato in misura del 52% (euro 358.553,00) la preesistente menomazione al 40% (euro 224.306,00), così addivenendo a euro 134.247,00 sulla base delle Tabelle di Milano 2018, oltre all’inabilità temporanea per euro 4.655,00.

Per le ragioni anzidette il Tribunale condanna l’Azienda Sanitaria Ospedaliera di Vercelli al pagamento in favore del paziente degli importi come sopra quantificati.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a malasanita@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Malore improvviso: muore 21enne, due giorni prima era stata in ospedale

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui