Il Tribunale di Milano ha riconosciuto la responsabilità della struttura sanitaria per i danni cagionati a seguito di un intervento medico mal riuscito. Ora la paziente avrà diritto ad una rendita vitalizia

La vicenda

Con ricorso presentato dinanzi al Tribunale di Milano, la ricorrente esponeva di essere stata ricoverata presso un ospedale cittadino ove le era stata diagnosticata “l’occlusione della carotide interna destra all’origine e note di atrofia cortico-subcorticale alla RMN dell’encefalo”.

Dopo qualche giorno veniva dimessa con diagnosi di “lesioni ischemiche multiple carotidee destre in soggetto con occlusione della carotide interna omolaterale” e con la prescrizione di una terapia domiciliare e, successivamente veniva sottoposta ad un intervento di angioplatica.

Durante l’intervento si verificava una trombosi embolica dell’arteria cerebrale media di destra, con ischemia acuta; la paziente veniva quindi, trasferita nel reparto di neurologia della medesima struttura ospedaliera.

La procedura di accertamento tecnico preventivo ex art. 696-bis c.p.c., aveva riconosciuto la responsabilità della struttura ospedaliera per i danni conseguiti alla paziente dopo l’intervento chirurgico.

Peraltro, come rilevato anche dal CTU si trattava di un intervento di non speciale difficoltà. I danni patiti dalla paziente erano, dunque, il risultato di complicanze prevedibili, anche se non prevenibili nel 100% dei casi: “l’ictus embolico era complicanza nota e descritta nell’informativa consegnata alla paziente”.

Tali circostanze inducevano univocamente a ritenere che la struttura sanitaria non avesse adempiuto con la necessaria diligenza e la dovuta prudenza alle proprie obbligazioni.

Nella specie, non erano stati adottati tutti gli accorgimenti diagnostico-terapeutici previsti dalle linee guida, le quali, già all’epoca, raccomandavano l’utilizzo della doppia antiaggregazione da somministrare prima del trattamento endovascolare e l’esecuzione di un ecodoppler dei vasi del collo.

Cosicché, in primo grado, il Tribunale di Milano ha condannato la struttura convenuta, per l’inesatto adempimento delle prestazioni necessarie ad evitare le lesioni poi subite dalla ricorrente, con conseguente diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali e patrimoniali emergenti, quali conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento (art. 1223 c.c.).

La quantificazione del danno non patrimoniale

Quanto al danno non patrimoniale, la ctu aveva rilevato una invalidità pari al 90%. L’entità del danno iatrogeno riferibile all’erronea attività dei sanitari convenuti era stato invece, quantificato nella misura del 82%.

Per la liquidazione di siffatto danno il giudice di primo grado ha fatto applicazione alle tabelle elaborate dallo stesso Tribunale, comunemente adottate per la liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c. del danno non patrimoniale derivante da lesione dell’integrità psico/fisica e condivise dalla Suprema Corte di Cassazione.

L’importo astrattamente liquidabile per una lesione dell’integrità psicofisica nella misura del 82% in soggetto di sesso femminile, di 80 anni alla data dell’intervento, risultava corrispondente alla somma di Euro 594.913,00; mentre, a titolo di danno biologico da inabilità temporanea, calcolata nella misura di cinque mesi, è stata riconosciuta la somma di Euro 14.700,00.

Il danno patrimoniale

La ricorrente aveva dimostrato l’esistenza di un danno patrimoniale (pari ad Euro 30.070,00) relativo alle opere necessarie per adeguamento dell’immobile in cui abitava ed alle spese di sopralluogo.

Dalla CTU, inoltre, era emerso che le sue condizioni richiedessero trattamenti fisioterapici, effettuabili tramite il SSN.

La ricorrente necessitava, infatti, di una assistenza di tipo generico nelle ore diurne (12-14 h al giorno); assistenza che poteva essere espletata da un “badante”, senza necessari requisiti in ordine ad una preparazione sanitaria.

Tuttavia, “stante la oggettiva gravità della situazione, il carattere permanente del danno e l’impossibilità di stabilire, in modo oggettivo, una durata presumibile della vita della danneggiata (ormai già in età molto avanzata), il Tribunale di Milano ha ritenuto di provvedere, ai sensi dell’art. 2057 c.c., mediante la costituzione di una rendita vitalizia (art. 1872 c.c.)”.

Ebbene, per la quantificazione della predetta rendita, sono stati presi in considerazione i seguenti elementi:

– Le somme dovute alla ricorrente a titolo di danno non patrimoniale;

– L’importo di Euro 30.070,00 a titolo di danno patrimoniale (per le spese di adeguamento dell’immobile);

– Una presumibile aspettativa di vita decennale (in considerazione dell’età della ricorrente, ma anche del carattere ormai cristallizzato delle lesioni, che non avrebbero inciso, per quanto evidenziato dai CTU, sulle sue aspettative di vita)

In totale è stata disposta una rendita vitalizia pari ad Euro 5.350,00 mensili (64.200,00 Euro annui) che l’Asl sarà tenuta a versare in via anticipata all’inizio di ciascun anno – per tutta la durata della vita della beneficiaria e con rivalutazione.

È stata, inoltre, costituita una rendita pari ad Euro 1.300,00 mensili, relativa alle spese necessarie per l’attività di assistenza generica necessaria.

La rendita vitalizia

Il Tribunale di Milano ha chiarito che, nonostante la sua scarsissima applicazione pratica, la rendita vitalizia, “offre un importante criterio di liquidazione del lucro cessante, consentendo al giudice, d’ufficio (e dunque senza la necessità di una specifica domanda in tal senso), di valutare la particolare condizione della parte danneggiata e la natura del danno, con tutte le sue conseguenze”.

A garanzia della predetta rendita, il giudice ha previsto la stipula di una polizza sulla vita, a premio unico, a vita intera ed in forma di rendita a beneficio.

La redazione giuridica

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