Crescono i casi di neonati e bambini tossicodipendenti, che ingeriscono involontariamente residui di sostanze stupefacenti lasciati per casa dai genitori

Dimenticate le vignette degli anni Sessanta e Settanta (“Figlio, tutto questo un giorno sarà tuo!”, ricordate?) e ragionate sul fatto che esistono storie, oggi in Italia, pronte a testimoniare che in alcuni casi le eredità sono diametralmente opposte a quelle d’un passato che non torna. Qui parliamo di figli di tossicodipendenti che per un motivo o per l’altro si ritrovano con la “droga” nel corpo. Si parla di bambini fra i 9 mesi e i cinque anni che, complice l’inaffidabilità di padri e madri, ingeriscono involontariamente sostanze stupefacenti perché i genitori stessi lasciano i residui per casa.

Le inchieste aperte in Procura sono ormai all’ordine del giorno, nel 2019 i casi sono già cinque.

Nei giorni scorsi nella terapia intensiva neonatale del Policlinico Casilino di Roma sono stati ricoverati quattro neonati: con  tracce di sostanze stupefacenti nell’urina. La conseguenza? I bambini diventano agitati, collerici e serve usare barbiturici per sedarli, insomma  devono prendere il metadone e seguire una serie di terapie – specie i neonati – per affrontare i primi giorni di vita. A Grosseto, ospedale  “Misericordia”, negli ultimi tre mesi i neonati positivi alla cocaina sono stati due, a Milano nell’ultimo mese sono stati sei i neonati in crisi di astinenza da cocaina o similari. 

Il “dramma” riguarda non solo i bambini che utilizzano inavvertitamente le sostanze “abbandonate” da genitori distratti, ma anche e soprattutto quelli affetti già alla nascita da sindrome di astinenza neonatale (Newborn Abstinence Syndrome o N.A.S.), ovvero una particolare sofferenza patologica causata dalla brusca cessazione, al momento del parto, della somministrazione di sostanze chimiche spesso stupefacenti (o di farmaci in genere), assunti dalla madre durante il periodo di gestazione e trasferite al feto attraverso la placenta.

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