Una madre degenere, quella che costringeva la propria figlia ad assistere ai rapporti sessuali che ella intratteneva con diversi uomini, la minacciava, la ingiuriava e le offriva droga. La Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamenti in famiglia

La vicenda

Il Tribunale di Avezzano nel luglio del 2016, condannava alla pena di due anni e mesi due di reclusione, una madre per il delitto di minacce e maltrattamenti in famiglia ai danni della figlia minore.
L’imputata rispondeva dell’accusa di aver maltrattato la figlia minore con ingiurie, minacce e percosse e di averle in più occasioni offerto sostanze stupefacenti, di cui ella stessa faceva ampio e frequente uso anche al cospetto della minore.
La piccola assisteva puntualmente alle alterazioni psico-fisica della madre e ai rapporti sessuali che quest’ultima intratteneva con diversi uomini; subendo per tali motivi sofferenze fisiche e morali tali da rendere abitualmente dolorosa e intollerabile la convivenza.
Contro la decisione di condanna, confermata in appello, la donna, presentava ricorso per Cassazione, tramite proprio difensore di fiducia.
Tra i motivi di impugnazione vi era il vizio di violazione ed erronea applicazione della legge penale in ordine alla ritenuta responsabilità sulla base delle sole dichiarazioni della parte offesa, che – a sua detta – non avrebbero potuto certamente essere sufficienti, viste le circostanze di tempo e di luogo e il rapporto conflittuale tra mamma e figlia.
Ma i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile e privo di pregio.
Ed invero, quanto alla dedotta inattendibilità della figlia minore, la corte territoriale aveva già accertato che quelle dichiarazioni erano disinteressate, lineari e prive di aporie.

La decisione di condanna

La motivazione impugnata risultava, pertanto, fedele al consolidato principio di diritto a mente del quale le regole dettate dall’art. 192, comma 3, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone.
La Corte d’appello aveva analizzato le dichiarazioni della minore, valorizzando quanto dalla medesima riferito in ordine al regime di vita impostole dalla genitrice, che la costringeva ad assistere ai rapporti sessuali avuti con diversi uomini – anche contemporaneamente – e ad assumere droga; era stata anche apprezzata la condotta violenta determinata dalla gelosia della madre per i complimenti rivoltale dagli occasionali accompagnatori. Comportamenti, quelli descritti, che si erano protratti sino a quando una sera la minore veniva violentemente picchiata e minacciata con un coltello, trovando soccorso soltanto presso l’abitazione dell’ex marito della madre che l’aveva soccorsa ed accompagnata presso le forze di polizia per sporgere denuncia.
Tali dichiarazioni erano state poi, confermate anche da altri soggetti.
Insomma per i giudici della Cassazione non vi erano dubbi: quella madre degenere doveva essere condannata per i gravi patimenti fisici e morali cagionati alla propria figlia.

La redazione giuridica

 
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