Non gli inviarono gli esiti di uno screening, ora ha un tumore in fase avanzata

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E’ l’incredibile vicenda di un uomo del padovano che nel 2011 si era sottoposto ad un esame del sangue occulto nell’ambito una campagna di prevenzione dell’Usl contro il tumore al colon

E’ una storia drammatica quella raccontata sulle pagine del Mattino di Padova e relativa a un uomo di 57 anni, ex agente di commercio, che nel 2013, dagli accertamenti effettuati a seguito di alcuni disturbi intestinali, scopre di avere un tumore. Il cancro, partito dal colon, ha già intaccato fegato e polmoni.

L’uomo, sottoposto a vari interventi chirurgici e cicli pesanti di chemioterapia, si sente oggi un condannato a morte ed è convinto che il responsabile di tale destino sia la locale Usl. Nel 2011, infatti, proprio l’Unità Sanitaria Locale, lo invitava ad effettuare uno screening che prevedeva l’esame del sangue occulto nell’ambito di una campagna di prevenzione del tumore al colon. La lettera di invito informava che, in caso di positività dell’esame, l’esito sarebbe stato comunicato via raccomandata con l’ulteriore invito a effettuare i dovuti approfondimenti, nello specifico una colonscopia, presso l’Ospedale Sant’Antonio di Padova. Il tempo passa e il 57enne, sposato con due figli, non riceve alcuna lettera, fino ad alla scoperta della malattia avvenuta dopo due anni per altre vie.

Nel 2014 la beffa. La moglie dell’uomo, infermiera, parlando con una paziente scopre che anche la donna, affetta da tumore al seno partito dal colon, si era sottoposta allo screening previsto dalla Usl, senza che le venisse comunicato alcun esito. Di lì il dubbio che porta all’amara scoperta. L’uomo si reca alla Usl 16 per chiedere l’esito dell’esame svolto 3 anni prima e viene a sapere che il test era effettivamente risultato positivo ma tale risultato non gli era mai stato trasmesso.

“Se mi fossi curato subito la malattia non sarebbe evoluta, starei bene adesso”. Le sue affermazioni sono supportate sia dalla perizia del  medico legale di parte che di quella ordinata dal Tribunale a seguito dell’apertura del procedimento giudiziario nei confronti della struttura sanitaria. Tali consulenze confermerebbero che se il paziente fosse stato curato subito dopo l’esito dello screening il tumore non si sarebbe generato.

L’Usl a sua volta avrebbe spiegato l’accaduto con un errore del software  in dotazione negli ospedali che viene utilizzato per incrociare i dati dei pazienti e degli esami a cui vengono sottoposti, attribuendo pertanto la responsabilità al titolare di tale software, ovvero, la Regione Veneto.

La prima udienza del processo si terrà a settembre. La parte lesa ha chiesto un risarcimento di un milione e mezzo di euro ma, al di là dei soldi la principale premura dell’uomo è quella che certi episodi non si ripetano. “E’ difficile accettare – dichiara ancora al Mattino di Padova – che il proprio destino sia stato determinato da un computer, da un errore, una dimenticanza. So di avere un orizzonte limitato ma non mi arrendo. Una cosa simile non deve mai più accadere”.

 

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