È illegittimo il licenziamento del dipendente con funzioni di rappresentante sindacale che, nei limiti della pertinenza e continenza critica le scelte del datore di lavoro

La vicenda

La Corte d’appello di Genova aveva dichiarato la nullità del licenziamento intimato dalla società datrice di lavoro ad un proprio dipendente adibito a mansioni di operatore ecologico e rivestito della carica di delegato sindacale.

Con la stessa sentenza la corte territoriale aveva disposto la reintegrazione del dipendente e la condanna della società al risarcimento del danno.

A detta dei giudici dell’appello il provvedimento di recesso aveva natura ritorsiva: il dipendente aveva, infatti, rilasciato delle dichiarazione alla stampa ove aveva criticato la decisione della società di spostare un collega, rispettando comunque il principio di cd. continenza sostanziale (in ordine ai fatti dichiarati: spostamento territoriale del collega, difficoltà nell’esecuzione delle mansioni di raccolta di rifiuti “porta a porta”; condizioni dell’appalto pubblico stipulato col Comune circa il numero minimo di operatori ecologici) che formale (non essendo stati utilizzati toni dispregiativi, volgari, denigratori, polemici).

La Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, sentenza n. 31395/2019) ha confermato siffatta pronuncia.

In primo luogo, i giudici della Suprema Corte hanno ribadito che l’apprezzamento in ordine al superamento dei limiti di continenza stabiliti per un esercizio lecito della critica rivolta dal lavoratore al datore costituisce valutazione di merito affidata ai giudici ai quali compete l’accertamento del fatto.

Ad ogni modo, la sentenza della corte territoriale era pienamente in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “l’esercizio del diritto di critica da parte del lavoratore nei confronti del datore di lavoro può essere considerato comportamento idoneo a ledere definitivamente la fiducia che è alla base del rapporto di lavoro, e costituire giusta causa di licenziamento, quando avvenga con modalità tali che, superando i limiti della continenza formale, si traduca in una condotta gravemente lesiva della reputazione, con violazione dei doveri fondamentali alla base dell’ordinaria convivenza civile” (cfr. fra le più recenti Cass. nn.14527 e 18176 del 2018, Cass. n. 5523 del 2016).

Peraltro, si è anche detto con specifico riferimento all’ipotesi di critica espressa da lavoratore con funzioni di rappresentanza sindacale all’interno dell’azienda che, in questo caso, il diritto di critica gode di un’ulteriore copertura costituzionale costituita dall’art. 39 Cost. nel momento in cui l’espressione di pensiero è finalizzata al perseguimento di un interesse collettivo, ed infatti, “il lavoratore sindacalista è titolare di due distinti rapporti con l’imprenditore: come lavoratore, in posizione subordinata con il datore di lavoro, e come sindacalista, invece in una posizione parificata a quella della controparte in virtù delle richiamate garanzie costituzionali” (Cass. n. 11436 del 1995; Cass. n. 7091 del 2001; Cass. n. 19350 del 2003; Cass. n. 7471 del 2012; Cass. n. 18176 del 2018).

I limiti dell’esercizio di critica del dipendente

La critica manifestata dal lavoratore all’indirizzo del datore di lavoro può, dunque, trasformarsi da esercizio lecito di un diritto in una condotta astrattamente idonea a configurare un illecito disciplinare, soltanto laddove superi i limiti posti a presidio della dignità della persona umana, ossia i requisiti della corrispondenza a verità dei fatti narrati (cd. continenza sostanziale) e delle modalità espressive che possano dirsi rispettose di canoni, generalmente condivisi, di correttezza, misura e civile rispetto della dignità altrui (cd. continenza formale), “considerando anche che le modalità espressive possono assumere una valenza diversa a seconda che la manifestazione del pensiero sia contenuta in un articolo di stampa o in un servizio televisivo, oppure in un’opera letteraria o cinematografica, o in un pezzo di satira, ovvero se la critica sia esercitata nell’ambito di un rapporto contrattuale di collaborazione e fiducia che lega lavoratore e datore di lavoro”.

Nel caso di specie, il giudice di merito aveva accertato la ricorrenza dei requisiti di pertinenza e continenza ed aveva correttamente fatto applicazione dei principi di diritto sopra enunciati. Perciò il ricorso è stato rigettato e la società condannata al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

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