Errata esecuzione di un intervento chirurgico e omessa diagnosi tempestiva delle conseguenze post operatorie: il Tribunale di Perugia ha confermato la responsabilità dell’ASL e dei medici, liquidando il danno da perdita di chance di sopravvivenza del paziente ai suoi eredi

Errata esecuzione dell’intervento e omessa diagnosi

I parenti di un uomo deceduto presso l’Ospedale di Perugia avevano citato in giudizio l’azienda ospedaliera per sentirla condannare al risarcimento di tutti i danni subiti iure proprio e iure ereditario, in conseguenza dell’evento infausto, sostenendo che esso si sarebbe verificato per colpa dei medici che avevano avuto in cura il loro congiunto in occasione del suo ricovero e del successivo intervento chirurgico. A detta dei ricorrenti l’errata esecuzione dell’operazione e l’omessa diagnosi tempestiva delle conseguenze post operatorie (evoluzione di una lesione iatrogena dell’arteria epatica sinistra), sarebbero state la causa della morte.

Si costituiva in giudizio l’Azienda Ospedaliera, contestando la ricostruzione attorea e chiedendo il rigetto della domanda rilevando circostanze taciute o minimizzate dalle parti attrici, inerenti, in particolar modo, il quadro clinico generale del paziente, già compromesso da pregresse patologie, quali la grave malattia da cui era affetto (neoplasia di Klatskin di tipo 4) con prognosi infausta a breve termine, e la speciale difficoltà dell’intervento chirurgico al quale fu sottoposto, gravato da un’alta percentuale di complicanze, ma che costituiva l’unica opzione possibile per garantirgli maggiori possibilità di sopravvivenza, già estremamente limitate.

Nel giudizio instaurato dinanzi al Tribunale di Perugia (sentenza n. 1851/2019), si è discusso di responsabilità (contrattuale) medica ed in particolare, di causalità da perdita di chance.

Come premesso, nel caso di specie, per la patologia di base, il paziente presentava “una sopravvivenza del 20% a 5 anni, con mediana di sopravvivenza di 12-24 mesi”.

Ebbene, la giurisprudenza della Cassazione ha individuato la causalità da perdita di chance in termini di mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato terapeutico, da intendersi non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bensì come sacrificio significativo della possibilità di conseguirlo (aggravamento della possibilità che l’esito negativo si produca, intesa tale aspettativa come guarigione da parte del paziente) qualificandolo come “bene” (diritto attuale) autonomo e diverso rispetto a quello alla salute.

In questa fase, il ragionamento – è stato altresì chiarito – deve essere condotto in termini probabilistici, cioè si tratta esclusivamente di individuare il rapporto tra la situazione fattuale e la perdita della possibilità del risultato utile, con applicazione della detta regola c.d. del “più probabile che non” (Cass. 27.3.2014 n. 7195; Cass. 19.3.2018 n. 6688). Pertanto, evento di danno e conseguenze dannose astrattamente risarcibili coincidono, poiché la Suprema corte ha svolto la distinzione tra “perdita di chance” intesa come danno, in sé, risarcibile, e “danno da perdita di chance”, “quale conseguenza dannosa risarcibile di un diverso evento di danno, dato dalla lesione di altro bene giuridico, quale ad esempio il diritto alla salute.

L’accertamento del fatto secondo la regola del “più probabile che non”

Nella fattispecie in esame era stato accertato il nesso di causalità anzitutto tra l’intervento non effettuato secondo le regole dell’arte dai medici dell’Azienda sanitaria convenuta e l’evento dannoso consistito nel decesso del paziente, perché era “più probabile che non” che egli senza quell’intervento sarebbe sopravvissuto almeno altri 12/24 mesi.

Era infatti certo che con l’intervento, pur riuscito perfettamente, non sarebbe stato possibile conseguire la guarigione completa del paziente in ragione dello stadio avanzato della malattia (sicché non vi era stato comunque un sacrificio significativo della possibilità di sopravvivere fino all’età media di un essere umano di sesso maschile) ma soltanto il risultato utile (l’unico sperato) di una migliore qualità della vita nei successivi 12/24 mesi.

Il Tribunale di Perugia ha infatti, ritenuto accertato il nesso causale tra il citato intervento chirurgico e la perdita di chance, nella percentuale del 20%, di sopravvivere per ulteriore cinque anni.

“Ed invero, pur trattandosi di un intervento complesso e non di routine, spettava all’Azienda sanitaria convenuta l’onere di provare l’esatto adempimento”. Detto in altri termini, la struttura sanitaria, per andare esente da responsabilità, avrebbe dovuto dimostrare che la prestazione fosse stata eseguita con diligenza e che gli effetti lesivi (anche in termini di perdita di chance) fossero stati conseguenza di un evento imprevisto o imprevedibile.

Ebbene, in mancanza di qualsiasi indizio circa la preesistenza, concomitanza o sopravvenienza di altri fattori alternativi determinanti rispetto a quelli allegati dalla parte attrice, e verificati dal c.t.u., l’adito giudicante ha perciò affermato la civile responsabilità esclusiva della convenuta, a titolo contrattuale, per inadempimento del dovere di diligenza su di essa incombente (Cass. 4.3.2004 n. 4400; Cass. 26.2.2003 n. 2836).

La quantificazione del danno da perdita di chance

Premesso che la perdita di chance essere provata dal danneggiato, ancorché in via presuntiva, in termini di “possibilità perduta” – la quale, oltre a rispondere ai parametri di apprezzabilità, serietà e consistenza, va accertata nell'”an” sulla base del criterio del “più probabile che non” e stimata nel “quantum” con valutazione equitativa – la quantificazione del relativo danno non può prescindere da una valutazione della situazione concreta.

Ebbene il giudice umbro ha ribadito che l’entità del risarcimento deve essere commisurata al danno quantificato in ragione della maggiore o minore possibilità di ottenere quel risultato, misurata eventualmente in termini percentuali. In caso di perdita di una “chance” a carattere non patrimoniale, il risarcimento non potrà essere proporzionale al “risultato perduto”, ma andrà commisurato, in via equitativa, alla “possibilità perduta” di realizzarlo (intesa quale evento di danno rappresentato in via diretta ed immediata dalla minore durata della vita e/o dalla peggiore qualità della stessa); tale “possibilità”, per integrare gli estremi del danno risarcibile, deve necessariamente attingere ai parametri della apprezzabilità, serietà e consistenza, rispetto ai quali il valore statistico-percentuale, ove in concreto accertabile, può costituire solo un criterio orientativo, in considerazione della infungibile specificità del caso concreto ( Cass. n. 5641 del 9.03.2018).

Occorre dunque prendere in esame il pregiudizio subito dal paziente alla persona e anche al fine di giungere alla liquidazione equitativa del danno costituito dalla perdita di chance in sé si deve individuare come parametro di riferimento l’evento lesivo all’integrità fisica, cioè al danno provocato dalla perdita di chance e cioè la morte. Tali danni saranno acquisiti al patrimonio degli eredi e si aggiungeranno a quelli subiti dagli eredi iure proprio.

Il risarcimento del danno biologico terminale

Il giudice di primo grado ha anche ritenuto risarcibile il danno cd. biologico terminale. E ciò in quanto la morte si era verificata entro un apprezzabile lasso di tempo (pochi giorni dopo il primo intervento e due giorni dopo il secondo).

Pur nella consapevolezza dell’altissima difficoltà di “dare un prezzo alla vita”; e in assenza di criteri tabellari specifici e dati oggettivi utilizzabili, secondo il giudicante “dovrebbe farsi luogo ad una valutazione equitativa personalizzata (tenendo conto dell’età, dello stato di salute ecc. della vittima) attingendo dal criterio tabellare previsto per il danno biologico, usato però come mero parametro di riferimento, attesa la diversità ontologica tra il bene vita ed il bene salute”.

Ad ogni modo, al fine di semplificare la liquidazione il Tribunale di Perugia ha fatto ricorso ai parametri contenuti nelle tabelle milanesi, aggiornante al 2018, finendo così per riconoscere a ciascuno degli eredi pressoché la somma di 134.000 euro.

La redazione giuridica

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