Ristoro parziale di 200mila euro ai parenti di un operaio morto folgorato in un cementificio del pordenonese nell’agosto del 2018

Un anno, nove mesi e dieci giorni. E’ la pena (condizionalmente sospesa) patteggiata dal dirigente e responsabile di cantiere di una ditta friulana, accusato del decesso di un operaio morto folgorato in un cementificio del Pordenonese nell’agosto del 2018.

Il Giudice monocratico di Udine ha accolto la richiesta avanzata dalla difesa, che in udienza preliminare era stata rigettata perché la pena era stata ritenuta incongrua e i familiari della vittima non erano stati risarciti.

A cambiare le carte in tavola – come riporta il Gazzettino – è stato il ristoro parziale (in attesa che venga avviato un’azione in sede civile) di 200mila euro versato dall’Azienda (che vi ha provveduto interamente in quanto l’assicurazione ha ritenuto di non aderire ad accordi extra giudiziali). I parenti del lavoratore, a loro volta, hanno ritirato la costituzione di parte civile.

Hanno deciso di affrontare il processo, invece, l’altro indagato, ovvero il titolare della società, e la stessa azienda, rinviata a giudizio in quanto soggetto giuridico.

L’ipotesi di reato contestata loro è l’omicidio colposo, aggravato dall’essere stato commesso in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Come ricostruisce il Gazzettino, il giorno della tragedia l’operaio – 37enne assunto a tempo determinato da un’agenzia interinale con mansioni di manutenzione impiantistica e privo di attestati di formazione in materia di sicurezza – appena giunto sul posto di lavoro era stato mandato all’interno di una cabina di trasformazione del cementificio. La ditta aveva infatti ricevuto l’incarico di realizzare una struttura atta a rimuovere il trasformatore trifase all’interno del locale; pertanto erano in corso le operazioni e i rilevamenti necessari per stabilire la metodologia da impiegare per lo svolgimento del lavoro.

Dopo appena mezzora, si era verificato l’infortunio mortale.

Il giovane avrebbe iniziato a smontare le coperture del trasformatore, ma sarebbe entrato in contatto con parti ancora in tensione elettrica, rimanendo investito da una scossa che ne avrebbe determinato l’arresto cardiaco.

Tale operazione non avrebbe dovuto essere compiuta in quanto la convenzione dell’Azienda datrice con la Società committente riguardava solamente lavori solo di natura meccanica e i protocolli di sicurezza di quest’ultima prevedevano l’intervento della propria squadra di elettricisti ogni qual volta fosse necessario compiere lavori anche ispettivi su impianti normalmente in tensione. Sul trasformatore, peraltro, era presente una targhetta che invitava ad accertarsi che il trasformatore fosse staccato dalla rete di alimentazione prima di rimuovere le protezioni.

La redazione giuridica

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Infortunio sul lavoro: muore folgorato dal cassone ribaltabile del camion

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui