La Corte di Cassazione ha assolto un datore di lavoro dall’accusa di lesioni personali colpose e violazione dei requisiti di salute e sicurezza dei luoghi di lavoro, dichiarando la non punibilità per particolare tenuità del fatto: decisivi l’incensuratezza dell’imputato e l’integrale risarcimento del danno

La vicenda

La Corte d’appello di Milano aveva sostituito in 11.250 euro di multa, la pena detentiva inflitta all’imputato, accusato di non aver impedito l’evento lesivo patito da un proprio dipendente, mentre si trovava sul posto di lavoro, negando il riconoscimento della particolare tenuità del fatto.

L’accusa era quella di non aver adottato le necessarie misure affinché i luoghi di lavoro fossero conformi ai requisiti indicati nel D.Lgs. n. 81/2008.

Il dipendente, uscito all’esterno dell’edificio della sede aziendale, per fumare una sigaretta, cadeva nella griglia che si trovava in prossimità del passo carraio, la quale si ribaltava a causa del mancato servaggio degli elementi metallici predisposti per unire in singoli elementi di essa. Ed invero, l’ispettore dell’ASL, successivamente intervenuto, constatava che i ganci delle griglie non erano stati inseriti correttamente.

Il lavoratore faceva un volo di 3 metri, riportando lesioni personali, quali “trauma cranico, contusione di sedi multiple e fratture”, guaribili in oltre quarantacinque giorni.

Ebbene, tenuto conto della gravità del difetto di manutenzione che aveva dato luogo alle lesioni gravi del lavoratore, la corte d’appello aveva confermato la condanna del datore di lavoro, accogliendo la richiesta di sostituzione della pena detentiva irrogata ai sensi dell’art. 53 L. n. 689/191, nella sanzione pecuniaria sopra citata.

Il ricorso per Cassazione

Contro tale pronuncia l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando tra gli altri motivi la violazione dell’art. 131 bis c.p. e il vizio di motivazione.

A detta della difesa la sentenza non conteneva alcuna motivazione in ordine alla possibilità di riconoscere la tenuità del fatto, pur sussistendo tutti i presupposti applicativi (particolare tenuità del fatto e non abitualità del comportamento dell’autore); inoltre, il danno era estremamente contenuto ed era stato anche integralmente risarcito.

La Corte di Cassazione (Quarta Sezione Penale, sentenza n. 6564/2020) ha accolto il ricorso e annullato la sentenza impugnata per essere il reato non punibile per particolare tenuità del fatto.

La particolare tenuità del fatto

La giurisprudenza della Suprema Corte ha più volte affermato che, ai fini dell’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131 bis c.p., il giudizio sulla tenuità dell’offesa deve essere effettuato con riferimento ai criteri indicati dall’art. 133, comma primo, c.p., ma non è necessaria la disamina di tutti gli elementi di valutazione previsti, essendo sufficiente l’indicazione di quelli ritenuti rilevanti. (Sezione Sesta, n. 274647/2018).

Tanto premesso, la corte di merito, nonostante lo specifico motivo di gravame, non aveva sviluppato un adeguato apparato argomentativo, essendosi limitata ad esprimere un giudizio di congruità della pena rispetto ai parametri di cui all’art. 133 c.p., senza neanche citare la disposizione di cui all’art. 131 bis c.p. Tale valutazione, peraltro, era formulata esclusivamente con riferimento al trattamento sanzionatorio.

La decisione

Ed invero, nel caso in esame, deponevano in favore dell’imputato: a) lo stato di incensuratezza; b) la corretta condotta di vita tenuta successivamente alla commissione del reato; c) la valutazione di non eccessiva entità del fatto già formulata dalla corte territoriale, determinatasi a sostituire la pena detentiva con quella pecuniaria ex art. 53 L. n. 689/1981 e a riconoscere il beneficio della non menzione.

Per queste ragioni la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza della corte d’appello milanese dichiarando la non punibilità dell’imputato per particolare tenuità del fatto.

Avv. Sabrina Caporale

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