Una paziente anziana, con rischio caduta pari a 4, incerta nella deambulazione e ricoverata in ospedale era caduta dal letto riportando lesioni: la presunzione di colpa della struttura sanitaria

La vicenda

Con atto di citazione una paziente aveva convenuto in giudizio una struttura ospedaliera, chiedendo che fosse accertata la sua responsabilità per i danni patiti dalla medesima in occasione del suo ricovero presso l’anzidetta struttura, con conseguente condanna al risarcimento.

L’attrice aveva affermato di aver fatto accesso presso il pronto soccorso del citato Ospedale, a causa di “persistenti sintomi di astenia, nausea e vomito”; quello stesso giorno, durante il suo ricovero, cadeva dal letto, privo di sponde, riportando “una frattura transtricanterica pluriframmentaria scomposta”. A seguito di tale caduta veniva sottoposta ad intervento chirurgico, cui seguiva un lungo periodo di riabilitazione.

Gli esiti della frattura avevano determinato un grave mutamento delle sue abitudini di vita a causa del peggioramento complessivo delle proprie condizioni psico fisiche, dovendo essere assistita quotidianamente, in quanto impossibilitata a compiere le abitudinarie attività della vita quotidiana da sola, riportando un danno da compromissione dell’integrità psicofisica pari al 20% e varie spese delle quali offriva documentazione.

L’azione risarcitoria del paziente davanti al Tribunale di Milano

In assenza di risposta alle richieste risarcitorie rivolte alla struttura ospedaliera, la paziente si era risolta ad instaurare il giudizio dinanzi al Tribunale di Milano, allo scopo di ottenere il ristoro dei danni patiti che quantificava in Euro 111.920,00 oltre interessi e rivalutazione monetaria sino al saldo.

Si costituiva in giudizio l’istituto, contestando la sussistenza di responsabilità, rilevando come l’utilizzo delle sponde non sarebbe stato indicato nel caso di specie in presenza di una paziente lucida ed orientata e in aderenza alle indicazioni e linee guida interne alla struttura; in ogni caso la lesione doveva ricondursi ad un comportamento autonomo della paziente stessa che aveva ritenuto di alzarsi dal letto da sola nonostante le contrarie indicazioni del personale sanitario. Contestava quindi, in subordine, il quantum della pretesa attorea e chiedeva il rigetto della domanda.

La responsabilità della struttura sanitaria per omessa vigilanza del paziente

Il profilo della responsabilità per omessa vigilanza in ambito sanitario – ha affermato il Tribunale di Milano (Prima Sezione, sentenza n. 3513/2019)- involge specifiche valutazioni in punto buone prassi inerenti le migliori condotte di vigilanza (poste in essere attraverso mezzi contenitivi di natura meccanica e farmacologica e allo stesso tempo sensibili alla instaurazione di un rapporto medico paziente e della necessaria compliance che il paziente può offrire al piano di cure nonché in punto sistemi di sicurezza adottati dalla struttura al fine di eliminare eventuali rischi connessi a strutture od apparecchi pericolosi per l’incolumità dei degenti) e in punto nesso di causalità con l’evento dannoso.

Nel considerare gli obblighi gravanti sul medico e sulla struttura, occorre tuttavia considerare anche il tipo di struttura alla quale ci si rivolge e la patologia prospettata dal paziente di modo che possa affermarsi che la degenza dello stesso sia svolta in condizioni di sicurezza, per evitarle di nuocere a sé o ad altri pazienti ricoverati. A fronte dunque dell’accertata incapacità o minorata capacità del paziente grava sulla struttura sanitaria l’onere di dimostrare la prova liberatoria e cioè di avere adottato, nel caso di specie, tutte le cautele richieste volte ad evitare che si verificasse l’evento dannoso; mentre al paziente spetta di provare solo l’avvenuto inserimento nella struttura e che il danno si sia verificato durante il tempo in cui egli si trovi inserito nella struttura (sottoposto alle cure o alla vigilanza del personale della struttura).

Il riferimento normativo nella individuazione della condotta negligente ed imperita è costituito dagli artt. artt. 1176,1374 e 1218 c.c.

“Qualsiasi struttura sanitaria, nel momento stesso in cui accetta il ricovero d’un paziente, stipula un contratto dal quale discendono naturalmente, ai sensi dell’art. 1374 c.c., due obblighi: il primo è quello di apprestare al paziente le cure richieste dalla sua condizione; il secondo è quello di assicurare la protezione delle persone di menomata o mancante autotutela, per le quali detta protezione costituisce la parte essenziale della cura.

L’estensione ed il contenuto dell’obbligo di vigilanza di cui si è detto variano in funzione delle circostanze del caso concreto. Quell’obbligo sarà tanto più stringente, quanto maggiore è il rischio che il degente possa causare danni, o patirne.

Al riguardo, è stato altresì precisato che l’obbligo di vigilanza e protezione del paziente, prescinde dalla capacità di intendere e di volere di questi, ne’ esige che il paziente sia sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio. Anche una persona perfettamente capace di intendere e di volere, infatti, può aver bisogno di vigilanza e protezione per evitare che si faccia del male (come nel caso di degente non autosufficiente)… Nemmeno è pensabile che l’obbligo di vigilanza e protezione del malato sia dovuto solo al fine di prevenire alcuni rischi, e non altri.

Tanto premesso nel caso in esame, il Tribunale di Milano aveva accertato quanto lamentato dall’attrice nell’atto introduttivo del giudizio, comprese le lamentate lesioni fisiche.

Si trattava, tuttavia, di determinare se fosse stata o meno corretta la decisione del personale sanitario di non applicare le spondine in relazione alle proprie condizioni di salute.

Come premesso, si tratta di una decisione che va valutata caso per caso. Se infatti la applicazione delle spondine costituisce un elemento di sicurezza per il paziente che presenti un concreto rischio di caduta, essa rappresenta anche un fattore di costrizione che limita la libertà del soggetto. Si rende così necessario valutare diversi parametri per pervenire ad un corretto inquadramento del rischio di caduta, in base al quale, seguendo apposite linee guida, viene assunta la decisione di applicare o meno le spondine. Nel caso della signora dal diario infermieristico risultava all’ingresso: “…pz. Parzialmente autosufficiente, vigile, collaborante…”.

A ogni modo, – ha evidenziato il giudice meneghino –  pur considerando la necessità di limitare il più possibile il ricorso ai mezzi di contenzione, la linea guida elaborata all’interno dello stesso ospedale indicavano nel caso specifico la necessità dell’applicazione delle spondine.

La ripartizione dell’onere della prova

Del resto, si trattava di una paziente anziana, con rischio caduta pari a 4 (quindi superiore alla soglia che la stessa struttura rappresentava a rischio da proteggere con ausilio specifico), incerta nella deambulazione e ricoverata per un episodio acuto che si innestava su di un utilizzo improprio di farmaci diuretici.

Parte attrice doveva dimostrare ed aveva dimostrato di essere stata presa in cura dalla struttura al momento dell’evento lesivo essendo ella al momento ricoverata in reparto di medicina generale e che il danno patito fosse in collegamento causale con l’evento caduta, ivi occorsole.

Parte convenuta doveva invece offrire la prova che l’evento caduta dal quale era conseguita la rottura del femore fosse evento a sé non imputabile perché dovuto ad un fattore imprevedibile, secondo la ordinaria diligenza della specifica arte medica.

“Ora, come già evidenziato, sulla struttura sanitaria e sui sanitari preposti al controllo e alla vigilanza della paziente, gravava, stante le peculiari caratteristiche psico fisiche della paziente, un obbligo rafforzato di protezione. La degente, infatti, era stata ricoverata per un evidente deficit di attenzione (aveva errato nella assunzione di farmaci, alcuni anche salvavita), era soggetto molto anziano con camminata incerta, definito lucido e collaborante ma con rischio caduta definito in modo non discutibile elevato”.

La decisione

Perciò, gli accorgimenti adottati (posizionamento del campanello e invito alla chiamata) non potevano considerarsi adeguati a fronteggiare detto rischio alla luce della ricordata agitazione e necessità di accedere al bagno della paziente, tenuto conto che l’effetto calmante, alle sei della mattina, ora dell’incidente, era senza dubbio svanito. Ed inoltre, la struttura sanitaria non aveva dato la prova della non imputabilità a sé dell’evento non potendosi ritenere non prevedibile il comportamento della signora di alzarsi dal letto, in orario prossimo alla mattina ed al suo risveglio.

Per tutte queste ragioni, in accoglimento della domanda attorea, il Tribunale di Milano, ha condannato la struttura sanitaria a risarcire l’attrice, pagando l’importo complessivo di 47.559,40 euro oltre interessi.

Avv. Sabrina Caporale

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

OMICIDIO COLPOSO DI UNA PAZIENTE: PER LA CASSAZIONE I MEDICI VANNO ASSOLTI

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui