E’ il paziente danneggiato che deve provare il nesso tra l’aggravamento della patologia (o l’insorgenza di una nuova malattia) e l’azione o l’omissione dei sanitari

Quando viene contestata la responsabilità contrattuale della Struttura Sanitaria le regole del riparto dell’onere probatorio stabiliscono che incombe sul paziente danneggiato che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il collegamento tra l’aggravamento della patologia (o l’insorgenza di una nuova malattia) e l’azione dei sanitari.

Quando il danneggiato assolve a tale onere spetta alla Struttura dimostrare l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza.

Tali principi sono stati ribaditi dal Tribunale di Lecce (Sez. I, Sentenza n. 1588 del 3 luglio 2020).

Una donna chiamava in giudizio la Casa di Cura onde vederne accertata la responsabilità per fallimento asettico inserimento di protesi al ginocchio destro causato da manovre eccessivamente aggressive compiute durante l’esecuzione dell’intervento.

Nello specifico la danneggiata lamentava che, nonostante il carattere routinario dell’intervento, i medici, per eccessiva aggressività nella manovra, in occasione dell’inserimento della componente protesica, determinavano una fessurazione della stessa, con conseguente mobilizzazione della protesi articolare destra, cagionandole lesioni personali.

La danneggiata lamenta, inoltre, un consenso informato inadeguato.

La causa veniva istruita attraverso l’espletamento di CTU Medico-legale.

Il Tribunale preliminarmente evidenzia che in argomento di responsabilità della struttura ospedaliera si sono registrati nel corso degli anni diversi orientamenti in merito alla ripartizione dell’onere probatorio, partendo dalla nota pronunzia delle Sezioni Unite del 2008 (SS.UU. 577/2008), sino al 2014 (20547/2014).

Dopodichè il Tribunale evidenzia come recentemente sia stato specificato che “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’aggravamento della patologia (o l’insorgenza di una nuova malattia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza.”

In ogni caso, l’accertamento dell’esistenza del nesso causale deve essere compiuto secondo il criterio del “più probabile che non”, secondo l’impronta di legittimità consolidata la quale stabilisce che la prova dell’inadempimento del Medico non è sufficiente per affermarne la responsabilità in quanto occorre la prova del nesso causale tra l’evento e la condotta inadempiente.

La CTU espletata, e i nuovi esami strumentali richiesti dal Consulente, hanno escluso la sussistenza della mobilizzazione della protesi lamentata dalla donna, conseguentemente non può essere censurata la condotta dei Sanitari.

Tali conclusioni, evidenzia il Tribunale, non sono state adeguatamente contestate dalla donna che “si è limitata a chiedere il rinnovo della perizia senza contestare le conclusioni del perito, ma unicamente richiamando le proprie difese di parte presentate prima del giudizio”.

Per tali ragioni la domanda risarcitoria della donna viene rigettata e le spese di lite e di CTU seguono la soccombenza.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

E’ duplicazione risarcitoria liquidare danno biologico e pregiudizi patiti

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui