Accolto il ricorso dei congiunti di una donna morta in un sinistro stradale, con il riconoscimento del diritto al danno non patrimoniale del nipote per la perdita del nonno

“In tema di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale ‘da uccisione’, proposta iure proprio dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare l’effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno; infatti, poiché la ‘società naturale’, cui fa riferimento l’articolo 29 della Costituzione, non è limitata alla cosiddetta ‘famiglia nucleare’, il rapporto tra nonni e nipoti, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, non può essere ancorato alla convivenza, escludendo automaticamente, in caso di insussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto”. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 5258/2021 pronunciandosi sul ricorso, proposto dai congiunti di una donna che avevano agito in giudizio chiedendo il risarcimento del danno per la morte di quest’ultima a seguito di investimento da parte di un’autovettura.

La Società assicuratrice aveva corrisposto € 220.000 in favore del coniuge e € 200.000 in favore di ciascuno dei due figli, mentre nulla era toccato alla nipote della vittima. Inoltre, gli importi erano stati trattenuti a titolo di acconto in quanto ritenuto non satisfattivi del risarcimento preteso.

I Giudici del merito avevano respinto la domanda in relazione al danno non patrimoniale.

La Corte territoriale, in particolare, quanto al danno non patrimoniale lamentato dalla nipote per la perdita della nonna, aveva rilevato che risultava allegato solamente un generico contesto di serenità familiare e di normale affetto fra nonna e nipote, laddove invece la prova di tale danno implicava la dimostrazione di un legame eccedente la fisiologica intensità delle relazioni con l’ascendente, diversamente dovendosi riconoscere il risarcimento per il solo fatto dell’esistenza del legame.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, i ricorrenti contestavano al Collegio distrettuale che, pur avendo accertato che la nonna fosse partecipe alla vita della nipote, che vi fosse frequentazione durante le riunioni familiari, nonché la cura della nipote durante i primi tre anni di vita della medesima e poi durante il fine settimana, non avesse riconosciuto il danno non patrimoniale, esigendo la prova di un legame eccedente la normale relazione affettiva fra vittima e superstite, laddove, invece, in assenza di convivenza, ciò che doveva essere provato era l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e di solidarietà con il familiare defunto.

I Giudici Ermellini hanno considerato fondato il motivo di doglianza proposto.

Il Giudice di merito aveva infatti scambiato il criterio relativo al quantum del risarcimento con quello relativo all’an. “Mentre costituisce presupposto di fatto del danno risarcibile l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto, che è quanto accertato dal giudice di merito alla stregua della motivazione della decisione impugnata, l’esistenza di un legame eccedente l’ordinario rapporto di affetto, come del resto lo stesso rapporto di convivenza ove esistente, costituiscono – ha sottolineato la Cassazione – circostanze rilevanti ai fini della liquidazione del danno, e dunque incidenti sull’aspetto del quantum e non dell’an”.

La redazione giuridica

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