Il medico era accusato di omicidio colposo per la mancata diagnosi di melanoma nei confronti di una paziente morta nel 2016

Il Tribunale di Torino ha condannato a otto mesi, con le attenuanti generiche, un dermatologo di un centro medico privato del capoluogo piemontese, finito a giudizio con l’ipotesi di reato di omicidio colposo per la mancata diagnosi di melanoma nei confronti di una paziente 63enne. Il medico, nello specifico, avrebbe scambiato un neo che la donna aveva sul braccio per una verruca, prescrivendole l’applicazione di una crema solare. La signora era morta nel dicembre del 2016.

Dopo il decesso, la Procura aveva aperto un’inchiesta e per due volte – come ricostruisce Repubblica – aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo a carico del professionista non ravvisando un legame diretto tra le visite dermatologiche effettuate e lo sviluppo della neoplasia e delle metastasi. In entrambi i casi i parenti, tuttavia, si erano opposti riuscendo infine ad ottenere il processo.

Per il consulente della famiglia, il nesso di causa era chiaro. A suo parere, la ritardata diagnosi avrebbe fatto scendere drammaticamente le possibilità di sopravvivenza della vittima.

La donna – come ricostruito nel capo di accusa – si era recata dal medico nel 2012, per “l’improvvisa insorgenza e successivo accrescimento di un neo sul braccio destro”. Il camice bianco, tuttavia, “nonostante l’aspetto pigmentato” non avrebbe formulato “alcun sospetto su una possibile natura maligna”; il referto recitava: “neo pigmentato braccio destro misura 4 millimetri, bordi regolari, colore omogeneo”. Da li la prescrizione di una protezione antisolare, senza la richiesta di ulteriori approfondimenti.

A distanza di due anni, nel novembre del 2014, la signora aveva effettuato una nuova visita. Il neo nel frattempo era “quasi triplicato”, e le dava prurito. Anche in quel caso però il dermatologo non avrebbe sospettato che potesse trattarsi di un melanoma, “né richiedeva un approfondimento tramite biopsia a quel punto assolutamente indispensabile anche in relazione alle dimensioni e all’aspetto”. Nel referto veniva riportato: “Verruca seborroica che misura un centimetro, rilevata, che talora provoca prurito. Lesione benigna. Si può asportare”.

Nell’ottobre del 2015, infine, a seguito del sanguinamento della presunta verruca la vittima aveva chiesto il consulto di un altro specialista, il quale aveva disposto i dovuti accertamenti. Nel giro di pochi giorni era arrivato il responso della biopsia: “melanoma nodulare invasivo, che si era infiltrato nel derma e aveva portato a metastasi”.

Il Procuratore generale aveva evidenziato le responsabilità dell’indagato che, per effetto della sua condotta “gravemente colposa” e “in relazione alla mancata prescrizione di ulteriori controlli, all’errata diagnosi, e alla mancata prescrizione di tempestivi approfondimenti diagnostici, determinava la morte della paziente”. Nelle scorse ore è arrivata la decisione del Giudice.

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