In materia di permessi di cui alla legge n. 104/92 è consentito al lavoratore svolgere una serie di attività a vantaggio del familiare disabile non implicanti necessariamente la permanenza presso l’abitazione dello stesso

La vicenda

La Corte d’Appello di Bologna aveva respinto il reclamo della società datrice di lavoro ritenendo insufficiente la prova relativa all’addebito disciplinare ascritto ad una propria dipendente, “accusata” di aver fruito abusivamente dei permessi previsti dall’art. 33, co. 3, della legge n. 104/92.

La Corte aveva, quindi, confermato le tutele apprestate ai sensi del novellato art. 18, comma 4, L. n. 300/70, disponendo la reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro precedentemente occupato e la corresponsione di un’indennità risarcitoria pari a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

Per i giudici di secondo grado la relazione dell’agenzia investigativa da cui l’azienda aveva evinto che la lavoratrice non avesse prestato effettiva assistenza alla madre disabile durante il periodo di fruizione dei permessi, aveva fornito un quadro assolutamente lacunoso delle attività svolte dalla predetta, di talché non poteva reputarsi dimostrato che quest’ultima avesse svolto attività incompatibili con l’assistenza.

Il giudizio di legittimità

Anche per i giudici della Suprema Corte (Sezione Lavoro, sentenza n. 12032/2020), la “pochezza” delle risultanze investigative non era in grado di fornire un quadro indiziario di una certa significatività nell’ambito di un ragionamento presuntivo ex art. 2729 cod. civ. essendo piuttosto emerso che la lavoratrice avesse svolto una serie di attività a vantaggio dell’anziana madre non implicanti necessariamente la permanenza presso l’abitazione della stessa.

Del resto, la Corte di merito aveva anche valutato la vicenda alla luce della giurisprudenza di legittimità in tema di sussistenza di uno stretto nesso causale fra fruizione dei permessi ex lege 104 e assistenza, atteso che in essa si fa sempre riferimento ad ipotesi, ritenute difformi rispetto a quella di specie, in cui vi è sempre la prova diretta o indiretta dell’assenza di assistenza e/o dello svolgimento da parte dell’utilizzatore dei permessi di attività incompatibili con la prestazione della stessa (Cfr. fra le più recenti, Cass. n. 19850 del 2019, ma, negli stessi termini, Cass. n.4984/2014, Cass. n. 8784/2015; Cass. n. 5574/2016, Cass. n. 5574/2016; Cass. n. 9217/2016, cui si possono aggiungere, fra le altre, Cass. n. 17968/2016).

La Cassazione ha poi affermato, in tema di congedo straordinario ex art. 42, comma 5, del d.lgs. n. 151 del 2001, che l’assistenza che legittima il beneficio in favore del lavoratore, pur non potendo intendersi esclusiva al punto da impedire a chi la offre di dedicare spazi temporali adeguati alle personali esigenze di vita, deve comunque garantire al familiare disabile in situazione di gravità di cui all’art. 3, comma 3, della I. n. 104 del 1992 un intervento assistenziale di carattere permanente, continuativo e globale (Cass. n. 19580/2019).

La decisione

Nondimeno, essa ha precisato che soltanto ove venga a mancare del tutto il nesso causale tra assenza dal lavoro ed assistenza al disabile, si è in presenza di un uso improprio o di un abuso del diritto ovvero di una grave violazione dei doveri di correttezza e buona fede sia nei confronti del datore di lavoro che dell’ente assicurativo che genera la responsabilità del dipendente (Cass. n. 19580/2019).

Insomma i giudici dell’appello avevano fatto corretta applicazione di tali regole di giudizio, escludendo il difetto di buona fede ed il disvalore sociale connesso all’abusivo esercizio del permesso atteso che, secondo il loro giudizio, l’atteggiamento della lavoratrice non era stato quello di profittare del permesso per attendere ad attività di proprio esclusivo interesse.

Avv. Sabrina Caporale

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