Respinto il ricorso dell’Inail contro la condanna a indennizzare una cittadina per postumi permanenti derivanti da due infortuni, quantificati in un danno complessivo pari al 17%

Con l’ordinanza n. 35386/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso dell’Inail contro l’accoglimento, da parte dei giudici del merito, della domanda proposta da una cittadina per l’accertamento di postumi permanenti derivanti da due infortuni (del 20.3.2012 e del 10.9.2014) e la condanna dell’Istituto al pagamento del trattamento economico di cui all’art. 13, comma 2, del d.lgs. n 38 del 2000.

La Corte territoriale, sulla scorta della consulenza tecnica d’ufficio rinnovata in sede di appello, rilevava che l’infortunio del 2012 aveva provocato una contusione ossea rotulea (all’epoca non visibile alla radiografia convenzionale e alla TC) che aveva senza dubbio comportato un peggioramento algo disfunzionale, anche a causa delle concorrenti patologie artrosiche e del processo degenerativo del menisco; l’incidenza del trauma subìto a seguito del primo infortunio, sulla funzionalità del ginocchio destro era pari al 3% di aggravamento rispetto al generale quadro artrosico-degenerativo preesistente e tale percentuale – integrata con calcolo riduzionistico equitativo al 15% preesistente -, determinava un danno complessivo pari al 17%.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, la parte ricorrente deduceva violazione dell’art. 83 T.U. n. 1124 del 1965 (ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod.proc.civ.) per avere, la Corte territoriale, confermato la sentenza di primo grado e, per l’effetto, riconosciuto l’aggravamento per danno biologico con decorrenza dall’infortunio del 2012 nonostante che l’aggravamento fosse stato determinato dall’infortunio del 2014, come si evinceva chiaramente dalla relazione del CTU.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto la doglianza inammissibile per violazione del principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto della sentenza di primo grado potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dagli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod.proc.civ.

Invero, la sentenza impugnata non indicava la data (2012 o 2014) dalla quale il Tribunale aveva fatto decorrere l’obbligo del pagamento della prestazione previdenziale e il ricorso per cassazione non trascriveva il pronunciamento di primo grado. A fronte di tale carenza di specificità e considerato che il CTU nominato dalla Corte territoriale aveva indicato quale danno complessivo la percentuale del 17%, la censura appariva costituire un mero dissenso diagnostico che si traduceva in un’inammissibile critica del convincimento del giudice, e ciò anche con riguardo alla data di decorrenza della richiesta prestazione.

La redazione giuridica

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