La signora S. M. presentava gonalgia bilaterale da alcuni anni. In data 2 luglio 2009 decideva di sottoporsi ad RX di entrambe le ginocchia che mostrava: varismo asimmetrico, più grave a sinistra, artrosi tricompartimentale con osteofitosi, riduzione della rima mediale e femoro-rotulea, sclerosi delle limitanti, microcalcificazione lamellare para-epicondiloidea mediale a sinistra.
Veniva visitata da specialista ortopedico, che proponeva intervento chirurgico di protesi totale di ginocchio sinistro.
In data 17 novembre 2010 veniva pertanto ricoverata presso l’U.O. di Ortopedia e Traumatologia; in anamnesi veniva annotato che la paziente soffriva di ipertensione arteriosa e di diabete mellito. Veniva inoltre segnalato che si trattava di soggetto alto 150 cm e del peso corporeo di 80 kg con un valore di BMI 35.56 (= obesità moderata). In data 18 novembre 2010 veniva sottoposta al programmato intervento chirurgico con impianto di artroprotesi.

Il decorso post-operatorio veniva giudicato regolare e la paziente veniva dimessa in data 23 novembre 2010 (V giornata post-operatoria) e trasferita in riabilitazione, dalla quale veniva poi dimessa il primo dicembre 2010.

In data 10 dicembre 2010 veniva sottoposta ad RX di controllo del ginocchio sinistro che presentava la protesi in buona posizione e senza segni di riassorbimento; stava andando pertanto tutto bene.
In data 27 gennaio 2011 inaspettatamente si verificava un episodio di blocco articolare del ginocchio operato; veniva pertanto nuovamente ricoverata e in data 28 gennaio 2011 veniva sottoposta a sblocco articolare in narcosi. Veniva dimessa in data 2 febbraio 2011 con prescrizione di carico al 50% per 20 giorni e successivamente uso di un bastone canadese dal lato destro (non operato) per ulteriori 20 giorni. In data 27 febbraio 2011 effettuava una visita presso specialista in Fisiatria che annotava la presenza di deficit dell’estensione del ginocchio sinistro di circa 15° e della flessione a 70°-75° circa.
In data 28 marzo 2011 si sottoponeva a nuovo esame RX del ginocchio sinistro che dava esito negativo, ma perdurando il dolore e l’impotenza funzionale in data 28.04.2011 si sottoponeva ad esami ematochimici con reperto di VES pari a 74 ed urinocoltura positiva per Escherichia Coli.
Avendo perso fiducia nei confronti della precedente struttura, si recava presso altro ospedale dove in data 26.05.2011 veniva ricoverata con diagnosi di mobilizzazione asettica della componente femorale e trattamento di revisione della protesi.
Al momento del ricovero in anamnesi veniva riportato: “limitazione del ROM (range of motion = ampiezza dell’escursione articolare, N.d.Ctp) dolente e dolorabile anche in assenza di carico. Già eseguito sblocco in narcosi a fine gennaio 2011 senza beneficio)”; all’esame obiettivo veniva annotato: “deambula con 1 bastone, zoppia. Ginocchio sinistro lievemente positivo al termotatto, edematoso, estensione incompleta. ROM passivo flessione a riposo estensione incompleta –10° stabile al varo valgo.”
In data 27 maggio 2011 veniva sottoposta all’intervento chirurgico programmato. Nel decorso post-operatorio venivano raccolti dai drenaggi circa 700 ml di sangue, la paziente accusava astenia protratta, ma non era mai stata febbrile. Nella lettera di dimissione si legge che l’esame colturale effettuato tutti e tre i tamponi sono risultati sterili. Veniva dimessa in data 6 giugno 2011 e veniva trasferita nella stessa data presso un centro di riabilitazione.
Al momento del ricovero si annotava in cartella clinica: “flessione attiva 40°, passiva 50°, estensione -15°, ginocchio edematoso e dolente con ballottamento positivo”. Al momento della dimissione, avvenuta in data 1 luglio 2011 si annotava in cartella clinica: “flessione attiva 70°, passiva 90°, estensione –5°.”
In data 17 giugno 2011 si sottoponeva a nuovo esame RX del ginocchio sinistro che veniva refertato come segue: “esiti di impianto di artroprotesi con stelo lungo alla tibia, regolari i rapporti articolari, non alterazioni osteostrutturali”.

La signora, nella convinzione di non essere stata seguita adeguatamente dai sanitari ortopedici, si rivolgeva al nostro staff medico-legale lamentando dolori persistenti al ginocchio sinistro con grave limitazione funzionale ed impossibilità a mantenere la stazione eretta prolungata. Riferiva inoltre umore depresso e di ricordare come grande calvario il periodo intercorso tra i due interventi e in particolare i mesi successivi al secondo intervento. Riferiva inoltre che, durante il periodo tra i due interventi chirurgici era sopravvenuto un lutto familiare che aveva dovuto vivere a distanza a causa della sua immobilità legata agli esiti della protesizzazione. Oggi si definisce ansiosa ed inutile e medita sulla necessità di una psicoterapia.

Vagliato il caso si ritenne di procedere alla richiesta di risarcimento in quanto gli esiti erano assolutamente addebitabili a imperizia e imprudenza dei sanitari che l’avevano curata per quanto di seguito si espone.

L’esame diretto dell’RX del 2 luglio 2009 fa apprezzare un’artrosi di grado modesto, simmetrica nei due lati; per quanto valutabile su lastre di ampiezza espositiva limitata, la rotula appare lateralizzata.
L’esame diretto dell’RX del 10 dicembre 2010 fa apprezzare uno slope osseo normale (è invece descritto in intervento di revisione slope invertito), con rotazione della componente tibiale ed effettiva inversione dello slope con cemento posto tra osso e
porzione posteriore del piatto medesimo.
L’esame diretto dell’RX del 28 marzo 2011 fa apprezzare, in proiezione latero-laterale, una tenue zona di riassorbimento posteriore sul piatto tibiale.
L’esame diretto dell’RX del 17 giugno 2011 fa apprezzare, in proiezione antero-posteriore, l’inclinazione del piatto tibiale ML-PD di circa 5° con atteggiamento in
valgismo dell’articolazione.

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Tale analisi permette di affermare che il chirurgo operatore è stato:

1. imprudente e negligente nel proporre una protesi con quel quadro anatomo-radiologico senza aver eseguito ulteriori indagini strumentali come per esempio una Risonanza Magnetica Nucleare (RMN); nella sezione intitolata “esame obiettivo” della cartella clinica del primo ricovero è annotato: “deambulazione libera con zoppia, è descritta l’ipotrofia muscolare ed il dolore mediale”. Nelle uniche lastre disponibili è presente un’alterata rotazione della rotula che appare lateralizzata e sono presenti solo pochi osteofiti a carico della femoro-tibiale ed una maggiore osteofitosi della rotula, pertanto il quadro sintomatologico era suggestivo solo di lesione cronica intrarticolare (ipotrofia muscolare, dolore mediale) e di alterato tracking-rotuleo. Dunque una RMN avrebbe chiarito il quadro anatomico e permesso, possibilmente, di evitare una protesizzazione.

2. imperito nell’impianto della protesi perché la componente tibiale, pur con tutto il cemento, è ruotata in avanti ed ha staccato parte del cemento medesimo dall’osso. Da qui è derivata la mobilizzazione della componente tibiale trovata all’intervento di revisione.

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Veniva avanzata una richiesta di danno pari al 40% (quaranta).

Questo valore teneva conto del fatto che gli esiti di una buona protesizzazione avrebbero lasciato dei postumi permanenti nella misura del 15%, per cui il maggior danno andava interpretato come un danno calcolabile e ricompreso tra il 16° punto e il 40°; a questo si doveva aggiungere che l’intervento di protesizzazione non era la procedura adeguata al caso della signora S.M., in quanto essa non presentava un quadro anatomo-radiologico grave al punto da giustificare una protesizzazione e che il suo problema si sarebbe potuto risolvere con una meniscectomia parziale o totale i cui esiti, in tema di danno biologico, sarebbero stati ricompresi tra 2 e 5%.

I convenuti, aperto il sinistro e visitata la signora, proponevano offerta di 50mila euro ritenendo che comunque la protesizzazione andava fatta.

Rifiutata l’offerta (intrattabile secondo lo studio legale dei convenuti) si procedette ad instaurare un ricorso 696bis presso il Tribunale e una volta che il Giudice ebbe nominato il consulente tecnico, la azienda convenuta proponeva nuova offerta di euro 100.000 (centomila) che la signora decise di accettare.

La somma accettata dalla paziente si discosta di circa il 35% dalla somma risarcitoria attesa e prospettata alla cliente in fase di conferimento incarico.

In definitiva si può considerare un buon risultato ottenuto in poco più di un anno.

 

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