Quarantena dei contagiati da Covid-19 non è paragonabile agli arresti domiciliari: non viola la libertà personale dell’individuo: queste le affermazioni della Corte Costituzionale.

Quarantena dei contagiati da Covid-19 è una misura di carattere generale e non personale e, pertanto, risulta infondata la questione di legittimità sollevata (Corte Cost., sent. 26 maggio 2022, n. 127).

La Consulta, con la decisione oggetto di esame depositata questa mattina, ha dichiarato infondata la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Reggio Calabria, sezione penale, riguardante la obbligatoria quarantena dei contagiati da Covid-19.

Il Tribunale ha ritenuto illegittima una norma penale del DL. n. 33/2020, convertito poi nella L. n. 74/2020, recante le misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, nella parte in cui non prevedeva che il provvedimento dell’autorità sanitaria dovesse essere convalidato entro 48 ore dal Giudice, come invece stabilito dall’art. 13 della Costituzione sulla libertà personale.

Ebbene, la Consulta ha escluso categoricamente che la misura di quarantena dei contagiati sia paragonabile a quella relativa agli arresti domiciliari, come invece richiamato dal Tribunale remittente.

Nel caso di detenzione, o arresto domiciliare, sia possibile l’utilizzo della forza per ripristinare la situazione, appartenendo alla sfera del diritto penale, situazione questa completamente esclusa nel caso di quarantena, in quanto non comporta alcuna valutazione sulla responsabilità personale.

Pertanto, anche se il provvedimento di quarantena dei contagiati da Covid-19 è emanato dall’autorità sanitaria, non comporta la necessità che esso sia convalidato dal Giudice, secondo quanto previsto dall’art. 13 della Costituzione.

La quarantena che è estata imposta è da ritenersi come una misura restrittiva di carattere generale che limita solo la libertà di circolazione, ma non certamente quella personale.

Il Tribunale rimettente giudica un imputato al quale è contestato, in concorso con altri reati, di essere uscito dalla propria abitazione, dopo che ne era stata accertata la positività al virus Covid-19.

Il giudice a quo reputa il combinato disposto delle norme censurate difforme dall’art. 13 Cost., perché esse non prevedono che il provvedimento dell’autorità sanitaria, con il quale il malato è sottoposto alla cosiddetta quarantena obbligatoria, sia convalidato entro 48 ore dall’autorità giudiziaria. Il legislatore ha preferito riservare la sanzione penale alla trasgressione ritenuta più grave, nell’ottica del contenimento del contagio, ovvero alla violazione del «divieto assoluto di allontanarsi dalla propria abitazione o dimora per le persone sottoposte alla misura della quarantena, applicata dal Sindaco quale autorità sanitaria locale, purché risultate positive al virus», a condizione che tale misura fosse stata attivata con gli strumenti di cui all’art. 2 di tale testo normativo, ovvero d.P.C.m. o ordinanze del Ministro della salute.

Con le disposizioni censurate è direttamente la legge a porre il «divieto di mobilità dalla propria abitazione o dimora alle persone sottoposte alla misura della quarantena per provvedimento dell’ autorità sanitaria in quanto risultate positive al virus COVID-19, fino all’accertamento della guarigione o al ricovero in una struttura sanitaria o altra struttura allo scopo destinata».

Inoltre, lo ius superveniens non interferisce con l’attuale questione di legittimità costituzionale.

Il dubbio del rimettente nasce dalla convinzione che una misura così limitativa, quale quella della quarantena dei contagiati,  che non possono lasciare l’abitazione durante la malattia, non possa che ricadere nella sfera giuridica della libertà personale, al pari di misure che il giudice a quo reputa del tutto affini quanto al grado di afflittività, ovvero gli arresti domiciliari, che sono una misura cautelare.

La Corte Costituzionale evidenzia che già con la pronunzia n. 68 del 1964, veniva rilevato che i «motivi di sanità» che permettono alla legge, ai sensi dell’art. 16 Cost., di limitare in via generale la libertà di circolazione delle persone possono giungere fino alla «necessità di isolare individui affetti da malattie contagiose». Perciò, in linea di principio, e impregiudicato ogni ulteriore profilo concernente la legittimità costituzionale di tali misure, non si può negare che un cordone sanitario volto a proteggere la salute nell’interesse della collettività (art. 32 Cost) possa stringersi di quanto è necessario, secondo un criterio di proporzionalità e di adeguatezza rispetto alle circostanze del caso concreto, per prevenire la diffusione di malattie contagiose di elevata gravità.

Per tali ragioni, la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 1, comma 6, e 2, comma 3, del DL 16 maggio 2020, n. 33 , convertito, con modificazioni, nella L 14 luglio 2020, n. 74, sollevata, in riferimento all’art. 13 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Reggio Calabria, sezione penale.

Avv. Emanuela Foligno

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