Rendita ai superstiti invocata ai sensi del Testo Unico n. 1124 del 1965, ex art. 75, attesa la dipendenza della malattia contratta a seguito dell’attività lavorativa svolta (Cassazione Civile, Sez.  lav., sentenza n. 38898 depositata il 07/12/2021).

Rendita ai superstiti del lavoratore deceduto per neoplasia del polmone – metastasi cerebrale – collasso cardiocircolatorio. Negata dalla Corte d’Appello di Genova che, confermando la sentenza del Tribunale, ha rigettato il ricorso rivolto alla declaratoria del diritto a beneficiare della rendita ritenuta esclusa la dipendenza della malattia contratta dall’attività lavorativa svolta.

La Corte territoriale, dava atto che i risultati della conferenza di Helsinky del 1997 (rivisti nel 2004 e nel 2014) attestano che il rischio al di sotto di certi valori di esposizione è scarsamente significativo (e dissentendo dalle risultanze della CTU disposta nel grado, che aveva aderito all’orientamento secondo cui il rischio di contrarre la patologia si concretizza a prescindere dal raggiungimento di un valore soglia di esposizione), domandava chiarimenti a uno dei due CTU nominati in primo grado al fine di stabilire se, nel caso in esame, in presenza di una diagnosi di asbestosi senza che fosse accertabile in concreto la presenza di fibre nel tessuto polmonare, era stato raggiunto un grado di probabilità qualificata di dipendenza dell’evento morbigeno dal lavoro secondo i cd. “criteri di Helsinky”, i quali stabiliscono che il grado di esposizione cumulativa ad amianto – da valutarsi caso per caso – deve essere almeno pari a 25 fibre/ml-anni.

In sintesi, la Corte ha concluso che l’adenocarcinoma polmonare contratto dal lavoratore deceduto aveva origini multifattoriali per l’incidenza del contributo sinergico del tabacco nell’indurre la malattia, e che la morte non era comunque riconducibile a cause professionali, non essendo stata raggiunta in giudizio la prova di un’esposizione qualificata alle fibre di amianto; ha, pertanto, rigettato la richiesta di rendita ai superstiti.

I congiunti del lavoratore ricorrono in Cassazione deducendo l’erroneità dell’affermazione secondo la quale la malattia contratta dal lavoratore non rientra tra le malattie cd. tabellate, per le quali sussiste la presunzione di sussistenza del nesso causale con l’attività lavorativa svolta; erroneità della sentenza nel punto in cui, avendo accertato la sussistenza di concorrenti fonti di rischio (risalente abitudine al fumo), ha escluso la rilevanza del nesso causale tra amianto e tumore polmonare, violando il principio dell’equivalenza delle condizioni predicato dall’art. 41 c.p..

Il primo motivo è fondato e viene accolto e la Suprema Corte dà atto dei plurimi arresti in materia.

Ciò posto, viene sottolineato che nel provvedimento gravato non si ritrova nessun riferimento al raggiungimento in giudizio della prova, gravante sull’I.N.A.I.L., del collegamento del tumore polmonare a un fattore patogeno (precedenti patologie, abitudine al fumo…) diverso dalla prolungata esposizione all’amianto.

Riguardo la durata temporale ventennale dell’esposizione del lavoratore, viene riferito dalla Corte soltanto attraverso un astratto richiamo alla dose/soglia di attenzione fissata sia dai cd. criteri di Helsinky che dall’ordinamento italiano (D.Lgs. n. 277 del 1991, art. 24).

In buona sostanza, la Corte d’Appello, si è limitata a “sterilizzare” la causa del tumore polmonare dall’agente patogeno (fibre di asbesto), la cui associazione è, invece, pacificamente accolta dalla scienza medica (voce 57 della Tabella D.M. 9 aprile 2008), trincerandosi dietro la qualificazione della malattia come ad eziologia multifattoriale con l’esito di ribaltare l’onere della prova del nesso causale in capo ai congiunti del lavoratore.

Nel caso di morte del lavoratore per tumore, il criterio della presunzione legale della natura professionale dell’evento morbigeno – che subisce un “temperamento” sul piano probatorio solo nelle patologie a causa multifattoriale – in tal caso rivive, nel senso che sarà l’Inail a dovere fornire in concreto la prova che la patologia, per la sua rapida evoluzione, non è eziologicamente ricollegabile alla sostanza nociva.

Anche il secondo motivo, concernente l’equivalenza causale delle condizioni che hanno provocato l’evento, viene accolto.

Conclusivamente, accolti dalla Suprema Corte il primo e il secondo motivo di ricorso -assorbito il terzo-, la sentenza impugnata viene cassata con riferimento al diniego di rendita ai superstiti, e rinviata alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

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