Si attende prima della chiusura estiva il parere della Commissione Bilancio di Palazzo Madama; ma i nodi da sciogliere sono ancora molteplici

Slitta a dopo l’estate la conclusione dell’iter della legge sulla responsabilità sanitaria. “Contiamo di avere l’approvazione definitiva a settembre”, avrebbe affermato il relatore della legge alla Camera dei Deputati e responsabile dell’area sanità del partito Democratico, Federico Gelli.

Il ddl 2224 – “Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario” (o per l’appunto ddl Gelli) – attualmente è al vaglio della Commissione Sanità del Senato, che ha recepito nelle scorse settimane il parere non ostativo della Commissione Giustizia di Palazzo Madama ed è in attesa di ricevere il pare della Commissione Bilancio sugli ultimi emendamenti.

“Stiamo attendendo il via libera della Bilancio sugli emendamenti e contiamo di chiudere i nostri lavori in Commissione sanità prima della pausa estiva (5 agosto) per portare la riforma in Aula a settembre”, ha affermato in una recente intervista il presidente della Commissione Sanità del Senato, Emilia Grazia de Biasi.

Ma i punti del disegno di legge che sono considerati ancora migliorabili sono molteplici. I principali dubbi riguardano: il peso assegnato alle linee guida prodotte da società scientifiche accreditate e in grado di scagionare da colpa grave il professionista che dimostri di averle rispettate; la distinzione tra responsabilità contrattuale per la struttura ed extra contrattuale del professionista; il mantenimento della giurisdizione della Corte dei Conti in caso di azione di rivalsa sul medico.

Dopo l’estate, dunque, si prospetta una stagione molto calda per le aule parlamentari sul fronte del settore della sanità, al centro di vari provvedimenti ritenuti cruciali. L’esame del ddl Gelli a Palazzo Madama potrebbe infatti incrociarsi con quello del ddl Lorenzin sugli ordini professionali a Montecitorio, mentre un altro snodo importante è rappresentato dalla legge di stabilità, da cui dipendono gli stanziamenti per i rinnovi contrattuali; il tutto senza considerare il referendum costituzionale che, in caso di vittoria del sì, riporterebbe a livello centrale l’attività di controllo e raccordo sulle Regioni.

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