Non hanno natura vessatorio/abusiva le clausole di rivalsa che rendono inoperativa la copertura assicurativa nel caso di veicolo guidato da persona in stato di ebbrezza, in quanto sostanzialmente riproduttive di disposizioni di legge (artt. 186 e 187 C.d.S.)

La vicenda

Il ricorrente, era stato citato a giudizio dalla propria compagnia assicurativa per la RCA, al fine di essere condannato a rifonderle la somma di Euro 375.000,00 o quella accertata in corso di causa, a titolo di rivalsa attesa la inoperatività della copertura assicurativa nel caso di veicolo guidato da persona in stato di ebbrezza.

Mentre era alla guida dell’autoveicolo di sua proprietà, il convenuto era stato coinvolto in un incidente che aveva cagionato, oltre a ferite a sé ed alla moglie, anche la morte del terzo trasportato, ai cui parenti l’impresa assicuratrice aveva corrisposto la somma oggetto di rivalsa, quale risarcimento del danno.

Ebbene quest’ultimo aveva eccepito l’inefficacia della clausola con cui era stata esclusa l’operatività della polizza nel caso di guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, lamentando di non esser stato messo nelle condizioni di conoscere e comprendere l’esistenza, il significato e soprattutto la portata in termini economici di detta clausola, giacché essa era contenuta in un corpo separato e corposo di clausole rispetto al contratto sottoscritto, ove era sinteticamente richiamata, ai fini della specifica approvazione per iscritto richiesta dall’art. 1341 c.c., comma 2, senza alcun riferimento comprensibile sul suo contenuto effettivo e sulle eccezioni cui essa si riferiva.

Il giudice di primo grado accoglieva l’eccezione d’inefficacia della clausola di polizza, in quanto vessatoria, e respingeva la domanda della compagnia assicurativa.

La Corte d’Appello, ribaltava la pronuncia di primo grado e condannava l’assicurato.

La Corte di Cassazione (sentenza n. 25785/2019) ha confermato la decisione dei giudici di merito ritenendo che il ricorrente non avesse fornito convincenti argomenti per discostarsi dalla giurisprudenza di legittimità che in più occasioni ha negato la natura vessatoria e/o abusiva, ai sensi degli artt. 1341 e 1342 c.c. e degli artt. 1469 bis-quinquies c.c. ora trasfusi nel codice del consumo, delle clausole di rivalsa contenute nel contratto di assicurazione, aventi ad oggetto indennizzi che l’assicuratore è tenuto ex lege ad erogare al terzo danneggiato e, derivanti da comportamenti imputabili all’assicurato per dolo o colpa grave.

Nel caso in esame, la natura vessatoria della clausola di rivalsa era stata negata dai giudici dell’appello sulla scorta di due ragioni: l’essere volta a delimitare l’oggetto del contratto; l’essere riproduttiva di disposizioni di legge.

La prima ragione

La prima ragione per i giudici della Suprema Corte era supportata dall’applicazione di un orientamento giurisprudenziale consolidato che distingue le clausole che delimitano l’oggetto del contratto assicurativo da quelle che escludono la responsabilità dell’assicuratore, riconoscendo solo alle seconde natura vessatoria ai sensi degli artt. 1341 e 1342 c.c.

Ed invero, annoverata la clausola di rivalsa dell’assicuratore per gli indennizzi corrisposti a terzi danneggiati dall’assicurato messosi alla guida in stato di ebbrezza nel novero di quelle delimitative della copertura assicurativa, il giudice a quo ne aveva tratto la conseguenza che essa non fosse vessatoria e non abbisognasse di essere sottoposta alla specifica approvazione per iscritto al fine di produrre i suoi effetti.

La giurisprudenza ha più volte chiarito che la specifica approvazione per iscritto, ai sensi dell’art. 1341 cpv. c.c., della clausola contrattuale escludente la garanzia assicurativa nei casi anzidetti, non è necessaria perché essa stabilisce in quali limiti l’assicuratore è tenuto a rivalere l’assicurato del danno prodottogli dal sinistro e quindi, non fa che precisare l’oggetto del contratto assicurativo, senza creare delle limitazioni di responsabilità a favore dell’assicuratore medesimo riguardo al risarcimento del danno assicurato. Cass. 17/11/1994 n. 9745; Cass. 23/02/1996 n. 1437.

La seconda ragione

La seconda ragione era fondata sul fatto che la clausola avesse riprodotto norme di legge: rispettivamente, gli artt. 186 e 187 C.d.S., i quali vietano la guida in stato di alterazione provocata da alcool o sostanze stupefacenti, e l’art. 1900 c.c., il quale esclude che la copertura assicurativa si estenda ai rischi provocati volontariamente o con colpa grave dell’assicurato, salvo che, per quanto riguarda la colpa grave, sia stato pattuito diversamente.

Ebbene la giurisprudenza, anche in passato, ha escluso la natura vessatorio/abusiva di clausole di rivalsa di contenuto analogo a quella oggetto di causa perché sostanzialmente riproduttive di disposizioni di legge.

Il nocciolo della questione

Ma il vero nocciolo della questione posto dal ricorrente è che, se da una parte la non assicurabilità del danno cagionato con dolo è oggetto di una previsione imperativa, la non assicurabilità del danno cagionato da colpa grave è, invece, oggetto di una previsione suppletiva, perché lascia spazio ad una opzione diversa – l’estensibilità dell’oggetto del contratto ai danni cagionati alla guida del veicolo con colpa grave – rimessa all’autonomia negoziale; di qui l’ulteriore sviluppo dell’impossibilità, preclusagli dalla mancata conoscenza dell’effettivo contenuto della clausola imputabile all’assicuratore, di pattuire, con un incremento del premio, una copertura assicurativa più estesa.

Ma anche sotto questo profilo il ricorso è stato ritenuto privo di fondamento.

Il ricorrente, insistendo sulla natura non dichiarativa della clausola (…) aveva omesso di considerare che il precetto normativo riprodotto, non era altro che quello risultante dal combinato disposto degli artt. 186 e 187 C.d.S. e dell’art. 1900 c.c. che vieta il trasferimento del rischio derivante dalla guida in condizioni di personale e volontaria alterazione sull’assicuratore.

La tendenziale inassicurabilità del rischio – tendenziale perché con una pattuizione ad hoc i contraenti potrebbero derogare all’inassicurabilità in caso di condotte gravemente colpose – risulta quindi dalla legge.

Così come dalla legge, L. n. 969 del 1969, art. 18 ora art. 144 cod. ass., discende il diritto dell’assicuratore di agire in rivalsa verso l’assicurato nella misura in cui avrebbe contrattualmente avuto diritto di rifiutare o ridurre la prestazione erogata al danneggiato.

Peraltro, -hanno aggiunto gli Ermellini –  la ratio della scelta normativa di sottrarre in via di eccezione al sindacato di vessatorietà una clausola che riproduca una disposizione di legge è insita nella presunzione che il legislatore non detti norme sfavorevoli per il consumatore, ma un assetto regolamentare equo.

Per tutte queste ragioni, la Corte ha respinto il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese in favore della controparte.

La redazione giuridica

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