La Cassazione esamina il ricorso del legale rappresentante di un’azienda, accusato della morte di un trasportatore rimasto schiacciato da un armadio metallico durante le operazioni di ancoraggio

Gli obblighi che gravano sul datore di lavoro ai sensi del d.lgs. n. 81 del 2008 sono strumentali alla tutela non soltanto dei suoi dipendenti, ma anche dei terzi che si trovino nell’ambiente di lavoro o che siano coinvolti nel suo ciclo produttivo, indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell’impresa, di talché, ove in tali luoghi o nel corso di tale ciclo produttivo si verifichino a danno del terzo i reati di lesioni o di omicidio colposi, è ravvisabile la colpa per violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, purché sussista tra siffatta violazione e l’evento dannoso un legame causale e la norma violata miri a prevenire l’incidente verificatosi, e sempre che la presenza di soggetto passivo estraneo all’attività ed all’ambiente di lavoro, nel luogo e nel momento dell’infortunio, non rivesta carattere di anormalità, atipicità ed eccezionalità tali da fare ritenere interrotto il nesso eziologico. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza n. 7087/2021 pronunciandosi sul ricorso presentato dal legale rappresentante di una ditta condannato in sede di merito “per aver cagionato, in cooperazione colposa con il datore di lavoro, con colpa consistita nell’omessa indicazione nel documento di valutazione dei rischi dei pericoli connessi alle operazioni di carico e nella conseguente omessa previsione della supervisione da parte di un proprio dipendente anche nella fase di ancoraggio, oltre che nell’omessa informativa nei confronti dell’appaltatore relativamente alle caratteristiche dell’oggetto da trasportare e alle corrette modalità di trasporto, in violazione degli artt. 26 e 28 d.l.gs. n. 81 del 2008”, il decesso del dipendente di un’altra impresa, a cui era stato sub-appaltato il trasporto dei prodotti dall’azienda dell’imputato. L’uomo, nello specifico, era morto schiacciato da un armadio metallico, caricato con carro ponte ed apposito muletto sul bilico, e caduto nel corso delle operazioni di ancoraggio.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente deduceva che, in sede di merito, non era stato individuato il comportamento omesso dall’imputato, che, in base ad un rigoroso giudizio contro-fattuale, avrebbe evitato l’evento. A suo giudizio, risultava manifestamente illogica la deduzione secondo cui “il soggetto che progetta un armadio di potenza debba essere in grado di conoscerne le corrette modalità di ancoraggio ai fini del suo trasporto ed altresì erronea l’affermazione secondo cui l’ancoraggio, che è un’operazione diretta ad assicurare la stabilità del carico nonostante le sollecitazione del moto, sia compresa nel carico, che è, al contrario, un’operazione limitata alla sola movimentazione di un bene dalla posizione di quiete nel posto in cui si trova ad altra posizione di quiete sul bilico”.

I Giudici Ermellini hanno ritenuto la doglianza meritevole di accoglimento.

La Cassazione ha evidenziato che “secondo la giurisprudenza di legittimità, ai fini dell’operatività degli obblighi di cooperazione nell’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto, previsti attualmente dall’art. 26 d.lgs. n. 81 del 2008, occorre aver riguardo alle caratteristiche del fatto, essendo del tutto irrilevante la qualificazione civilistica attribuita al rapporto tra le imprese che cooperano tra loro”.

Di conseguenza, con riferimento al caso in esame, a prescindere dall’inclusione della fase dell’ancoraggio (operazione diretta ad assicurare la stabilità del bene oggetto di trasporto sul veicolo, nonostante le sollecitazioni del moto) nelle manovre di carico del macchinario, sul datore di lavoro che commissiona ad un terzo un trasporto, pur sempre inserito nel proprio ciclo produttivo, “incombe una posizione di garanzia nei confronti dei soggetti che materialmente eseguono tale servizio durante tutto il lasso temporale in cui il bene è ancora nella propria sfera di controllo”.

Tuttavia, fermi tali principi, correttamente individuati dai giudici di merito, la sentenza impugnata risultava lacunosa in quanto non individuava esattamente quale comportamento l’imputato, in adempimento dei suoi obblighi di cooperazione, avrebbe dovuto tenere per evitare l’evento, senza ingerirsi nella prestazione di competenza del vettore (nel caso di specie, sub-appaltatore).

In particolare la sentenza non chiariva se il crollo di uno degli armadi sull’autista fosse stata la conseguenza di un errore esecutivo nella manovra di ancoraggio collegato alle specificità del bene da trasportare o del luogo di lavoro in cui era stata eseguita l’operazione, che, quindi, il committente, in adempimento del suo obbligo di cooperazione, avrebbe dovuto prevenire ed evitare con specifiche istruzioni e/o assistenza, ai sensi dell’art. 26 d.lgs. n. 81 del 2008, oppure, al contrario, di un errore esecutivo nella manovra di ancoraggio che prescindesse da tali profili e fosse, invece, collegato alle specificità del mezzo di trasporto e delle sue dotazioni o semplicemente all’essenza stessa dell’ancoraggio, rientrante nelle competenze specifiche del vettore.

I giudici di merito si erano infatti limitati ad affermare in modo generico che “se fosse stato presente, durante le operazioni di ancoraggio del carico sul bilico, una figura designata” dalla ditta appaltatrice per sovrintendere alle operazioni di ancoraggio, “sarebbe stato possibile evitare (con opportuni interventi di istruzione, raccomandazione, dissuasione, etc.) che costui ponesse in essere gli errori esecutivi…causa del collasso degli armadi” e dell’evento letale.

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