Reiterato nel tempo costituisce un’offesa alla dignità e personalità del coniuge provocando spesso danni sul piano dell’equilibrio psicofisico

Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge configura e integra violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall’art. 143 del codice civile (diritti e doveri reciproci dei coniugi), che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale. Lo stabilisce la giurisprudenza della Corte di Cassazione, secondo cui tale condotta provoca oggettivamente frustrazione e disagio, oltre che, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico.
La Suprema Corte, nello specifico, si è pronunciata con sentenza n. 19112/2012 sulla vicenda di una donna che dopo la nascita della prima figlia si rifiutava di avere rapporti sessuali con il marito; dopo sette anni, in cui l’uomo peraltro aveva dormito in una stanza separata, era sopraggiunta la sentenza di separazione, che affidava alla madre la figlia minorenne, sospendendo le visite e le comunicazioni da parte del padre. Il Tribunale aveva respinto la domanda di addebito proposta dall’uomo, ponendo a suo carico un assegno mensile di 230,00 euro in favore della figlia, oltre al 50% delle spese straordinarie, e assegnando la casa coniugale, comprensiva di tutti gli arredi, alla moglie.
La Corte d’Appello, tuttavia, aveva accolto il ricorso presentato dal marito. La richiesta di addebito formulata dall’uomo si basava infatti sulla circostanza che per sette anni, a partire dalla nascita della bambina, la moglie aveva rifiutato qualsiasi rapporto sessuale costringendolo al trasferimento in una stanzetta separata. La moglie, inoltre, nell’ultimo periodo aveva anche trascurato la gestione e la pulizia della casa. Secondo il giudice di secondo grado il rifiuto del sesso, protratto nel tempo, si trasforma in rifiuto della persona in toto e costituisce anche una grave offesa personale al coniuge. Peraltro il marito si era anche prodigato per risolvere il problema invitando la moglie a rivolgersi ad uno specialista per ottenere un sostegno psicologico.
La sentenza d’appello ha trovato conferma in Cassazione. Gli Ermellini hanno infatti respinto l’impugnazione della donna sulla base del principio secondo cui, sebbene l’appagamento sessuale non sia l’unico scopo del matrimonio, il rifiuto, reiterato nel tempo, di avere rapporti sessuali con il coniuge costituisce causa di addebito della separazione, in quanto provoca umiliazione e costituisce offesa alla dignità e personalità del partner.

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