Respinto il ricorso di una donna contro l’addebito della separazione a suo carico per essersi allontanata volontariamente e unilateralmente dalla casa familiare

La volontà unilaterale e non coartata della moglie ad allontanarsi dall’abitazione familiare è motivo di addebito della separazione. Lo ha confermato la Suprema Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 509/2020 dichiarando inammissibile il ricorso di una ex coniuge nei confronti della decisione dei giudici del merito.

In primo grado il Tribunale aveva addebitato la separazione alla donna in quanto si era allontanata volontariamente dalla casa familiare senza l’esistenza di precedenti pressioni o minacce e violenze per costringerla a prendere una decisione in tal senso. Da li la decisione di assegnare la casa al marito e fissare la residenza del figlio minore presso il padre, anche se affidato congiuntamente a entrambi i genitori. Il figlio maggiorenne, invece, ancora non autosufficiente, aveva scelto di vivere con la madre, anche se il padre era obbligato a versargli direttamente un assegno mensile di 300 euro.

La Corte d’Appello aveva confermato la decisione rilevando che in realtà in figlio più grande aveva deciso di vivere con la nonna nello stesso immobile in cui viveva la madre.

Il giudice di secondo grado aveva rilevato la mancanza dei presupposti per l’assegnazione della casa alla donna, che lamentava il mancato esame delle ragioni che l’avevano indotta ad allontanarsi dall’abitazione familiare.

Nel ricorrere per cassazione, la parte soccombente eccepiva l’omesso esame di un fatto decisivo come il tentativo di rientrare a casa impedito solo dal cambio della serratura del portone di ingresso da parte del marito. A suo avviso l’addebito della separazione a suo carico era stato richiesto avanzato sulla base di una non provata, ma sola presunta infedeltà della donna. Infine, la Corte territoriale non aveva considerato che l’allontanamento della moglie si era verificato nel pieno di una crisi coniugale, per la durata di soli due giorni.

La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto il ricorso inammissibile in quanto le doglianze della donna miravano ad ottenere una valutazione nel merito dei fatti già compiuta dal Tribunale e dalla Corte d’Appello, e quindi inammissibile in sede di legittimità. In particolare, i Giudici del merito avevano ritenuto che la donna non avesse fornito un idoneo impianto probatorio alle sue affermazioni.

La redazione giuridica

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