L’utilità dell’abbattimento delle barriere architettoniche mantiene rilevanza, anche quando l’opera non sia stata realizzata in favore di una persona specificamente individuata

La vicenda

Il comproprietario di un immobile, sito nel Comune di Cortina d’Ampezzo, aveva citato in giudizio i comproprietari dell’edificio condominiale posto poco più a sud nella stessa via, deducendo la violazione delle distanze di confine per effetto di nuove opere dagli stessi realizzate, che avevano comportato la modifica della sagoma del fabbricato, con la creazione di ulteriore volume edilizio.

L’attore, aveva quindi, chiesto il ripristino dello status quo ante o, in subordine, l’arretramento delle opere realizzate, a distanza di legge, nonché il conseguente risarcimento del danno subito in conseguenza di tale violazione.

Le opere contestate riguardavano la realizzazione di un ascensore per disabili. Secondo la ctu espletata, nel corso del giudizio di primo grado, esse erano conformi alle normative statali, regionali e locali, che assoggettano gli interventi volti al superamento delle barriere architettoniche al solo rispetto delle distanze previste dal Codice Civile.

Il Tribunale di Belluno, dinanzi al quale è stata instaurata la lite, ha respinto l’azione del ricorrente facendo proprie le conclusioni del ctu.

Sotto il profilo strettamente giuridico, poi, non era in dubbio che l’opera realizzata integrasse una delle legittime ipotesi di deroga, consentita dal Regolamento Comunale al rispetto delle distanze, ivi generalmente previste.

Neppure era in discussione il rispetto della normativa statale. “L’utilità dell’abbattimento delle barriere architettoniche- ha aggiunto il giudice di primo grado – mantiene rilevanza, anche quando l’opera non sia stata realizzata a favore di una persona specificamente individuata perché è interesse pubblico consentire l’accesso generalizzato a persone con difficoltà motorie”.

Al riguardo sono state richiamate alcune recenti pronunce della Suprema Corte.

La seconda sezione civile della Cassazione (Sentenza n. 18334 del 25/10/2012), ad esempio, ha affermato che: “La verifica, ai sensi dell’art. 1120, ultimo comma, cod. civ., se l’installazione di un ascensore nell’atrio di uno stabile condominiale rechi pregiudizio, oltre che alla stabilità’ o la sicurezza del fabbricato, al decoro architettonico dell’edificio, nonché all’uso o godimento delle parti comuni ad opera dei singoli condomini, implica una valutazione anche in ordine alla ricorrenza, o meno, di un deprezzamento dell’intero immobile, essendo lecito il mutamento estetico che non cagioni un pregiudizio economicamente valutabile o che, pur arrecandolo, si accompagni a un’utilità la quale compensi l’alterazione architettonica che non sia di grave e appariscente entità. Nel compiere tale verifica, inoltre, è necessario tenere conto del principio di solidarietà condominiale, secondo il quale la coesistenza di più unità immobiliari in un unico fabbricato implica di per sé il contemperamento, al fine dell’ordinato svolgersi di quella convivenza che è propria dei rapporti condominiali, di vari interessi, tra i quali deve includersi anche quello delle persone disabili all’eliminazione delle barriere architettoniche, oggetto, peraltro, di un diritto fondamentale che prescinde dall’effettiva utilizzazione, da parte di costoro, degli edifici interessati (Corte cost. sentenza 167 del 1999)”.

È stato inoltre, chiarito che l’ascensore costituisce opera diretta ad eliminare le barriere architettoniche anche quando è idoneo ad attenuare sensibilmente le condizioni di disagio nella fruizione del bene primario dell’abitazione, pur senza eliminare del tutto gli ostacoli esistenti.

In questo senso la Sesta Sezione Civile con l’ordinanza n. 6129 del 09/03/2017, ha statuito che: “In tema di condominio, l’installazione di un ascensore su area comune, allo scopo di eliminare delle barriere architettoniche, rientra fra le opere di cui all’art. 27, comma 1, della L. n. 118 del 1971 ed all’art. 1, comma 1, del D.P.R. n. 384 del 1978, e, pertanto, costituisce un’innovazione che, ai sensi dell’art.2, commi 1 e 2, della L. n. 13 del 1989, va approvata dall’assemblea con la maggioranza prescritta dall’art. 1136, commi 2 e 3, c.c., ovvero, in caso di deliberazione contraria o omessa nel termine di tre mesi dalla richiesta scritta, che può essere installata, a proprie spese, dal portatore di handicap, con l’osservanza dei limiti previsti dagli artt. 1120 e 1121 c.c., secondo quanto prescritto dal comma 3 del citato art. 2.

Il principio della solidarietà condominiale

Peraltro, la verifica della sussistenza di tali ultimi requisiti deve tenere conto del principio di solidarietà condominiale, che implica il contemperamento di vari interessi, tra i quali deve includersi anche quello delle persone disabili all’eliminazione delle barriere architettoniche, trattandosi di un diritto fondamentale che prescinde dall’effettiva utilizzazione, da parte di costoro, degli edifici interessati e che conferisce comunque legittimità all’intervento innovativo, purché lo stesso sia idoneo, anche se non ad eliminare del tutto, quantomeno ad attenuare sensibilmente le condizioni di disagio nella fruizione del bene primario dell’abitazione”.

Nel caso in esame, l’attore aveva anche argomentato la sua richiesta sostenendo che “… l’ascensore oggetto di causa non avrebbe comunque consentito alle condomine di raggiungere senza problemi i rispettivi appartamenti, dovendo fermarsi sul pianerottolo dell’interpiano con dieci gradini da percorrere a piedi”.

La decisione

Ebbene, al riguardo l’adito tribunale ha ricordato la L.R. Veneto n. 32 del 2013 contenente “Nuove disposizioni per il sostegno e la riqualificazione del settore edilizio e modifica di leggi regionali in materia urbanistica ed edilizia”, prevede che “gli ascensori esterni e i sistemi di sollevamento realizzati al fine di migliorare l’accessibilità agli edifici sono da considerarsi volumi tecnici, esclusi pertanto dal calcolo del volume o della superficie e soggetti alle norme del codice civile in materia di distanze” (art. 12, comma 2).

In altre parole, la norma richiede il miglioramento dell’accessibilità e non l’eliminazione totale delle difficoltà.

La redazione giuridica

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