L’installazione di telecamere di sorveglianza con riprese del pubblico transito non costituisce in sé un’attività illecita, pertanto è possibile installarle fuori dalla propria abitazione

La vicenda

Il Tribunale di Chieti aveva dichiarato i due ricorrenti colpevoli del reato di violenza privata consistita nell’installare sul muro perimetrale delle rispettive abitazioni telecamere di sorveglianza a snodo telecomandabile per ripresa visiva e sonora, orientare su zone e aree aperte al pubblico transito, costringendo gli abitanti della zona e, in particolare i vicini, a tollerare di essere costantemente osservati e controllati nell’espletamento delle loro attività lavorative e nei loro movimenti; controlli che venivano poi, puntualmente utilizzati per rimarcare la commissione di presunti illeciti in espositi e denunce alle competenti autorità di P.S.

Il giudice di primo grado condannava, quindi, i due imputati alla pena di un anno di reclusione ciascuno, oltre al risarcimento dei danno in favore delle parti civili, liquidato equitativamente in 1.000 euro ciascuno, con la confisca e la distruzione dei reperti.

La Corte di Appello di L’Aquila, sull’impugnazione degli imputati, riformava solo il trattamento sanzionatorio, rideterminando la pena in sei mesi di reclusione ciascuno e confermando la sentenza per il resto.

Il ricorso per Cassazione

Contro la citata pronuncia entrambi gli imputati hanno proposto ricorso per Cassazione lamentando l’errata qualificazione giuridica dei fatti contestati. In particolare con riferimento al nesso di causalità avevano dedotto l’insostenibilità della tesi delle persone offese circa il cambiamento delle loro abitudini di vita a seguito dell’installazione delle telecamere di sorveglianza, vista la capillare diffusione di analoghi strumenti presenti nei centri abitati e normalmente tollerati dalla cittadinanza.

La Quinta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 20527/2019) ha accolto il ricorso perché fondato, non essendo ravvisabile nella condotta dei due imputati il reato di violenza privata.

Ed invero la condotta contestata concerneva non l’acquisizione di immagini relative ai comportamenti tenuti dai cittadini sulla pubblica via, ma il condizionamento esercitato su alcune persone – segnatamente sulle costituite parti civili – dagli imputati, mediante l’installazione e l’utilizzo di immagini tratte dai filmati registrati dalle telecamere di sorveglianza.

Il delitto di violenza privata

Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale nel delitto di violenza privata è tutelata la libertà psichica dell’individuo e la fattispecie criminosa ha carattere generico e sussidiario rispetto ad altre figure in cui la violenza sulle persone è elemento costitutivo del reato, sicché, esso reprime genericamente fatti di coercizione non espressamente considerati da altre norme di legge, e per consolidato orientamento di legittimità, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idonea a comprimere la libertà di autodeterminazione e di azione della persona offesa.

Tale principio trova rispondenza in altre pronunce della Corte secondo cui la nozione di violenza è riferibile a qualsiasi atto o fatto posto in essere dall’agente che si risolva comunque nella coartazione della libertà fisica o psichica del soggetto passivo che viene così indotto, contro la sua volontà, a fare, tollerare o omettere qualcosa, indipendentemente dall’esercizio su di lui di un vero e proprio costringimento fisica, anche attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione.

Il giudizio della Suprema Corte

Alla luce di tali coordinate ermeneutiche la Cassazione ha valutato se sotto il profilo oggettivo e causale la condotta dei ricorrenti integrasse il reato di violenza privata ovvero se essa potesse essere considerata idonea a indurre la descritta coartazione degli abitanti della zona e specificamente nei vicini.

Ebbene la risposta è stata negativa, in primis perché l’installazione di sistemi di videosorveglianza con riprese del pubblico transito non costituisce in sé un’attività illecita, né lo sono le concrete modalità di attuazione della condotta addebitata agli imputati, e neppure era ravvisabile, il prospettato cambiamento di abitudini da parte degli abitanti (quali l’individuazione di percorso alternativi per rientrare in casa o altre aree di sosta di veicoli per sottrarsi alle riprese delle telecamere in questione) trattandosi di condizionamenti minimi, tali da non potersi considerare espressivi di una significativa costrizione della libertà di autodeterminazione.

La preventiva segnalazione delle telecamere di sorveglianza

In sostanza i giudici della Suprema Corte hanno affermato che non possono farsi rientrare nel fatto tipico del reato contestato tutti i comportamenti pure astrattamente condizionati da una condotta altrui, ma solo quelli che siano concretamente offensivi del bene giuridico protetto che come visto è la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo.

Ora, in materia di riprese tramite strumenti di videosorveglianza il sistema prevede che chiunque installi un sistema di videosorveglianza deve provvedere a segnalarne la presenza, facendo in modo che qualunque soggetto si avvicini all’area interessata dalle riprese sia avvisato della presenza di telecamere già prima di entrare nel loro raggio di azione. La segnalazione deve essere effettuata tramite appositi cartelli collocati a ridosso dell’area interessata ed in modo tale che risultino chiaramente visibili.

Ebbene, secondo quanto ricostruito dai giudici di merito, tali precauzioni e avvertimenti risultavano essere rispettate nel caso in esame.

In conclusione, l’epilogo del giudizio di legittimità è stato l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste, e quindi la revoca delle statuizioni rese nei giudizio di merito in favore delle costituite parti civili.

La redazione giuridica

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