Si configura come appello il ricorso del detenuto che chiede la revoca della misura cautelare in carcere in luogo del trasferimento presso un Centro Diagnostico Terapeutico dell’Amministrazione Penitenziaria disposto dal Gip

Con l’ordinanza n. 15019/2020 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso proposto da un detenuto avverso l’ordinanza con cui il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ne disponeva il trasferimento presso un Centro Diagnostico Terapeutico dell’Amministrazione Penitenziaria, ritenendo, sulla base di perizia medico-legale all’uopo disposta, che le sue condizioni di salute fossero incompatibili con lo stato di detenzione ordinaria, rigettando la richiesta di sostituzione o revoca della misura.

Nel ricorrere pe cassazione l’uomo deduceva violazione di legge, con riferimento alle norme costituzionali che tutelano il diritto alla salute evitando trattamenti non consoni alla persona umana, per non avere il Giudice per le indagini preliminari disposto la sostituzione della misura detentiva con altra meno afflittiva che consentirebbe migliori cure, anche sotto il profilo psicologico, in ambiente domestico e tramite medici di fiducia, secondo quanto evidenziato dal consulente tecnico di parte.

La Suprema Corte ha evidenziato come, ai sensi dell’art. 311, comma 2, cod. proc. pen., in materia di provvedimenti cautelari di tipo personale coercitivo, è ammesso il ricorso per saltum solo per violazione di legge e solo avverso le ordinanze “che dispongono una misura cautelare”, tra le quali non rientrava quella impugnata, con la quale era stata disposta la sostituzione del regime di detenzione ordinaria con il ricovero presso un CDT, rigettando la richiesta di revoca o sostituzione della misura cautelare detentiva.

Per i Giudici Ermellini, dunque, il ricorso va qualificato come appello e disposta la trasmissione degli atti al Tribunale, in funzione di giudice dell’appello delle ordinanze in materia di misure cautelari personali.

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