Nessun dubbio dalla Corte di Cassazione circa la sussistenza del nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza del tumore

Nella sentenza n. 24180/2018 la Corte di Cassazione è chiamata a stabilire se possa essere ravvisato un nesso causale fra l’esposizione all’uranio impoverito e la morte per tumore. Il caso di specie riguarda un militare rientrato dalla Bosnia che muore a causa di una patologia tumorale dovuta all’esposizione alle particelle di uranio impoverito presenti sui proiettili.

Il giudice di primo grado e anche quello del gravame condannano il Ministero della difesa, ritenendolo responsabile per non aver protetto in alcun modo il ricorrente dall’esposizione all’uranio impoverito. Il Ministero della Difesa decideva, quindi, di ricorrere in Cassazione. 

La Suprema Corte, esaminato il caso, per prima cosa si pronuncia circa il nesso causale fra l’esposizione all’uranio e la morte a seguito di tumore.

Scrive la Cassazione: “collegamento causale tra l’attività espletata in missione dal militare e l’evoluzione della patologia, rappresentante la causa primaria del decesso”.

Allo stesso tempo, gli Ermellini ritengono indiscutibile “il nesso causale tra il comportamento colposo dell’autorità militare (mancata informazione adeguata del personale militare in servizio, mancata pianificazione e valutazione degli elementi di rischio, mancata predisposizione e consegna delle misure di protezione individuale atte almeno a ridurre il rischio) e la patologia”.

Il Ministero denunciava anche la violazione e la falsa applicazione del principio compensatio lucri cum danno. 

LaCorte di Cassazione rigettava i precedenti motivi di impugnazione e accoglieva quello della compensatio lucri cum danno motivando così: la compensatio lucri cum damno “opera in tutti i casi in cui sussista una coincidenza tra il soggetto autore dell’illecito tenuto al risarcimento e quello chiamato per legge ad erogare il beneficio, con l’effetto di assicurare al danneggiato una reintegra del suo patrimonio completa e senza duplicazioni”.

                                                                       Avv. Claudia Poscia

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