Il conducente, per colpa consistita nell’aver tenuto una velocità non adeguata all’ora tarda, collideva violentemente con il ciclomotore guidato dalla vittima, causandone la morte

Con la sentenza n. 18079/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un automobilista condannato in sede di merito alla pena di mesi sei di reclusione in ordine al reato di cui all’art. 589, comma 2, cod. pen., e al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite per aver causato un sinistro stradale da cui era scaturito il decesso di un giovane quattordicenne. Per la Corte territoriale, in particolare, l’imputato, alla guida di un autocarro, giunto all’altezza di un incrocio, per colpa consistita nell’aver tenuto una velocità non adeguata all’ora tarda (viaggiando ad oltre 85 Km/h) ed all’approssimarsi di un incrocio pericoloso, previamente segnalato, e tale da rendere possibile il controllo e l’arresto dell’automezzo entro il limite del suo campo di visibilità e dinnanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile, collideva violentemente con il ciclomotore guidato dalla vittima, causandone la morte.

Il Collegio distrettuale, in risposta alle doglianze proposte dall’appellante, aveva compiutamente rappresentato le risultanze emerse dal giudizio di primo grado, in particolar modo desunte dalle conclusioni espresse dal consulente tecnico di ufficio, dai rilievi svolti dalla Polizia stradale e dalle deposizioni rese da alcuni testimoni, attraverso le quali era stato possibile ricostruire la dinamica dell’incidente e la velocità a cui procedevano i due mezzi al momento della verificazione della collisione. Era stato, in particolare, accertato nella misura del 75% il concorso nella causazione dell’evento della condotta colposa del quattordicenne – determinata dal non aver concesso la precedenza all’imputato e dall’essere ripartito in velocità nonostante tale ultimo sopraggiungesse da destra – e la concorrente condotta colposa del ricorrente nella misura del 25 %, derivante dal fatto di aver proceduto ad una velocità eccessiva rispetto alle circostanze di tempo e di luogo, tali da imporre un’andatura più moderata, adeguata al buio ed alla pericolosità dell’incrocio.

Il Giudice di secondo grado aveva, quindi, ulteriormente argomentato il proprio provvedimento di rigetto, precisando che: la velocità di guida tenuta dall’automobilista (per il consulente di ufficio pari a circa 87 Km/h e per quello di parte di circa 82 Km/h), era, concordemente a quanto affermato dallo stesso C.T.U., comunque tale da violare il disposto dell’art. 141 C.d.S., che impone di regolare la velocità in prossimità di intersezioni e nelle ore notturne; era irrilevante la deduzione difensiva per cui nessuna contravvenzione era stata nella circostanza elevata al ricorrente, considerato che la Polizia stradale non poteva, in quel frangente, avere precisa cognizione della velocità a cui procedeva l’imputato; la circostanza che fosse già molto buio e che la pericolosità dell’incrocio fosse stata segnalata già 200 metri prima con un cartello a diciture bianche su fondo blu avrebbe dovuto comunque indurre l’imputato a ridurre la velocità nel momento di approssimarsi all’intersezione. Né vi potevano essere stati ostacoli nell’avvistamento del ciclomotore, non assumendo in tal senso rilievo l’andamento in leggera salita della strada da cui tale ultimo proveniva, peraltro trattandosi di un tratto del tutto ben illuminato. Da ultimo, la totale mancanza di tracce di frenata era stata considerata un’ulteriore conferma del fatto che l’imputato non aveva proceduto con la prudenza richiesta dalle peculiari circostanze di tempo e di luogo. 

Nel rivolgersi alla Suprema Corte il ricorrente contestava nel merito il provvedimento gravato, ritenendo incongrua ed illogica la motivazione espressa con riferimento alle emergenze dibattimentali, inidonee a consentire il riconoscimento della sua responsabilità penale. Sarebbero state, in particolare, disattese le conclusioni rese dal consulente di parte, invece riguardanti aspetti di decisivo rilievo, inerenti alle circostanze che: egli non aveva subito la contestazione di alcuna violazione amministrativa; stava percorrendo una strada a scorrimento veloce con diritto di precedenza e, nell’avvicinarsi all’incrocio, aveva ridotto la sua velocità entro il previsto limite di 90 Km/h; le condizioni meteorologiche erano ottimali, per cui non necessitava effettuare nessuna ulteriore riduzione della velocità; sostenere che tale ultima riduzione avrebbe evitato l’impatto rappresentava, a suo avviso, una variabile per il cui accertamento sarebbe stato necessario procedere alla valutazione di numerosi altri elementi; egli non poteva, infine, scorgere la vittima, in quanto coperto dai fari dell’autovettura che lo stava affiancando. 

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non aderire alla doglianza proposta, in quanto infondata.

La Corte di merito, infatti, aveva dato conto, in modo puntuale e logico, delle ragioni poste a fondamento del proprio convincimento, mettendo in rilievo gli aspetti fattuali che avevano consentito di acclarare, conformemente a quanto accertato dal consulente tecnico di ufficio, che l’imputato, nell’approssimarsi ad un incrocio pericoloso e ben segnalato, procedeva ad una velocità inadeguata rispetto alle condizioni della strada ed all’orario tardo. Era stato sufficientemente argomentato, quindi, come le rappresentate condizioni di tempo e di luogo avrebbero reso necessario il ricorso ad una maggiore prudenza nella guida dell’automezzo, indispensabile per consentire di evitare di trovarsi nell’impossibilità di effettuare le necessarie manovre di emergenza in situazione di sicurezza.

Per la Corte territoriale, pertanto, la condotta ascrivibile al ricorrente era stata correttamente qualificata come in violazione della norma dell’art. 141 C.d.S., che impone di regolare la velocità in prossimità di intersezioni e nelle ore notturne.

La sentenza impugnata aveva anche diffusamente dato esplicazione delle motivazioni per cui aveva ritenuto di non poter accogliere le specifiche doglianze dedotte dall’appellante – in parte riproposte in sede di legittimità – in particolare evidenziando che: è aspetto irrilevante che non sia stata elevata nessuna contravvenzione all’imputato, considerato che la Polizia stradale intervenuta non poteva essere nelle condizioni di individuare immediatamente l’effettiva velocità a cui costui procedeva; non vi potevano essere stati ostacoli nell’avvistamento del ciclomotore, peraltro trattandosi di tratto stradale caratterizzato da una buona illuminazione.

In ragione della dedotta motivazione, allora, non appariva esservi dubbio alcuno in ordine al fatto che la Corte di merito avesse fornito adeguata e convincente motivazione circa le risultanze fattuali considerate e la dinamica del sinistro ritenuta maggiormente probabile. Ne conseguiva che le censure mosse in ordine all’erroneità della ricostruzione dei fatti si appalesavano, nella sostanza, come volte ad ottenere solo una rivalutazione del materiale probatorio raccolto nelle fasi di merito, il che, avuto riguardo alla coerenza ed alla logicità delle motivazioni rese con riferimento a tali evidenze nelle sentenze sia di primo che di secondo grado, appariva del tutto infondato, non ricorrendovi spazio alcuno per poter accogliere le censure dedotte da parte del ricorrente.

La redazione giuridica

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