L’indennizzo dello Stato alle vittime di violenza non deve essere simbolico né insufficiente

Secondo la Corte di Giustizia Europea (Sentenza  C-129/19 del 16 luglio 2020) l’indennizzo alle vittime di violenza in un altro Stato non deve essere puramente simbolico o manifestamente insufficiente e non deve essere limitato ai transfrontalieri.

La Corte Europea è stata chiamata da una cittadina italiana a decidere sulla domanda: “Dica la CGUE, nelle circostanze proprie della causa principale, concernente un’azione di risarcimento danni proposta da cittadina italiana, residente stabilmente in Italia, contro lo Stato-Legislatore per la mancata e/o non corretta e/o non integrale attuazione degli obblighi previsti dalla direttiva 2004/80/CE del Consiglio del 29 aprile 2004, «relativa all’indennizzo delle vittime del reato” (1), e, in particolare, dell’obbligo, ivi previsto dall’art. 12, par. 2, a carico degli Stati membri, di introdurre, entro il 1 luglio 2005 (come stabilito dal successivo art. 18, par. 1), un sistema generalizzato di tutela indennitaria, idoneo a garantire un adeguato ed equo ristoro, in favore delle vittime di tutti i reati violenti ed intenzionali (compreso il reato di violenza sessuale, di cui l’attrice è stata vittima), nelle ipotesi in cui le medesime siano impossibilitate a conseguire, dai diretti responsabili, il risarcimento integrale dei danni subiti”:

  1. “se — in relazione alla situazione di intempestivo (e/o incompleto) recepimento nell’ordinamento interno della direttiva 2004/80/CE del Consiglio del 29 aprile 2004, «relativa all’indennizzo delle vittime del reato», non self executing, quanto alla istituzione, da essa imposta, di un sistema di indennizzo delle vittime di reati violenti, che fa sorgere, nei confronti di soggetti transfrontalieri cui la stessa direttiva è unicamente rivolta, la responsabilità risarcitoria dello Stato membro, in forza dei principi recati dalla giurisprudenza della CGUE (tra le altre, sentenze «Francovich» e «Brasserie du Pecheur e Factortame III») — il diritto [dell’Unione europea] imponga di configurare un’analoga responsabilità dello Stato membro nei confronti di soggetti non transfrontalieri (dunque, residenti), i quali non sarebbero stati i destinatari diretti dei benefici derivanti dall’attuazione della direttiva, ma, per evitare una violazione del principio di uguaglianza/non discriminazione nell’ambito dello stesso diritto [dell’Unione europea], avrebbero dovuto e potuto — ove la direttiva fosse stata tempestivamente e compiutamente recepita — beneficiare in via di estensione dell’effetto utile della direttiva stessa (ossia del sistema di indennizzo anzidetto).”
  2. “se l’indennizzo stabilito in favore delle vittime dei reati intenzionali violenti (e, segnatamente, del reato di violenza sessuale, di cui all’art. 609-bis cod. pen.) dal decreto del Ministro dell’interno 31 agosto 2017 [emanato ai sensi del comma 3 dell’art. 11 della legge 7 luglio 2016, n. 122 (Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea — Legge europea 2015-2016) e successive modificazioni (recate dall’art. 6 della legge 20 novembre 2017, n. 167 e dall’art. 1, commi 593-596, della legge 30 dicembre 2018, n. 145)] nell’«importo fisso di euro 4 800» possa reputarsi «indennizzo equo ed adeguato delle vittime» in attuazione di quanto prescritto dall’art. 12, par. 2, della direttiva 2004/80”.

La Corte Europea ha statuito che gli Stati componenti dell’Unione Europea, e segnatamente anche l’Italia, devono riconoscere un indennizzo a tutte le vittime di reati intenzionali violenti, anche a quelle residenti.

L’importo a titolo di ristoro del danno non deve necessariamente corrispondere al risarcimento integrale del danno, ma non deve essere neppure simbolico.

Nell’affrontare il caso di violenza sessuale subito dalla cittadina italiana, che non era riuscita ad ottenere dai colpevoli l’indennizzo deciso dal Giudice italiano, la Corte Europea interpellata ha tenuto conto del tenore letterale della Direttiva 2004/80, del suo contesto e dei suoi scopi, e osserva che la scelta comunitaria è stata non per l’istituzione, da parte di ciascuno Stato membro, di un sistema di indennizzo specifico, limitato soltanto alle vittime di reati internazionali violenti che si trovano in una situazione transfrontaliera, quanto piuttosto per l’applicazione, a favore di tali vittime, di sistemi di indennizzo nazionali delle vittime dei delitti commessi nei rispettivi territori degli Stati membri.

Da queste considerazioni la Corte conclude che la Direttiva 2004/80 attribuisce il diritto di ottenere un indennizzo equo ed adeguato anche non solo alle vittime che si trovano in una situazione transfrontaliera, ma anche alle vittime che risiedono abitualmente nel territorio dello Stato membro nel quale il reato è stato commesso.

In merito all’importo dell’indennizzo la Corte Europea evidenzia che in assenza nella Direttiva 2004/80 di indicazioni specifiche è riconosciuto agli Stati membri un margine di discrezionalità.

Evidenzia anche che sebbene l’indennizzo non garantisce un ristoro integrale del danno materiale e morale subito dalle vittime di reati intenzionali violenti, lo stesso non può  essere puramente simbolico o manifestamente insufficiente alla luce della gravità delle conseguenze del reato per tali vittime.

Nel caso concreto l’indennizzo a carico dell’Italia (prima della Direttiva 2004/80 sarebbe spettato solo nel caso di un cittadino dell’Unione non italiano.

Secondo quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, invece, la Direttiva impone a ogni Stato l’obbligo di dotarsi di un sistema di indennizzo a favore delle vittime di reati violenti commessi nel proprio territorio, e non soltanto nei confronti delle vittime che si trovano in una situazione di confine. Ciò significa che, la stessa norma, ancora prima del recepimento, assegnava il diritto di ottenere un indennizzo equo ed adeguato anche alle vittime residenti abitualmente nel territorio dello Stato nel quale il reato è stato commesso.

Avv. Emanuela Foligno

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