Respinto il ricorso di un’azienda nell’ambito del contenzioso con una dipendente alla quale la contestazione disciplinare alla base del licenziamento era stata mossa a distanza di 10 mesi dall’accertamento dei fatti

Il principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare, la cui “ratio” riflette l’esigenza dell’osservanza della regola della buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, non consente all’imprenditore-datore di lavoro di procrastinare la contestazione medesima in modo da rendere difficile la difesa del dipendente o perpetuare l’incertezza sulla sorte del rapporto, in quanto nel licenziamento per giusta causa l’immediatezza della contestazione si configura quale elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro. Lo ha ribadito la Cassazione nella sentenza n. 15930/2020 pronunciandosi su una controversia in materia di licenziamento.

Nel caso in esame, i Giudici del merito avevano dichiarato risolto il rapporto di lavoro tra un’azienda e una propria dipendente, impiegata addetta alla contabilizzazione degli incassi, licenziata per giusta causa in ragione della mancata segnalazione — nell’esercizio delle mansioni a lei ascritte – di una serie di vistose “discrepanze economiche nei pagamenti effettuati nel corso degli anni 2012/2013/2014 e 2015 nonché nei pagamenti delle fatture stesse…corrispondenti ad euro 456.000,42”.

La Corte di appello, riformando la decisione di primo grado aveva accordato alla lavoratrice la tutela indennitaria forte disciplinata dal comma 50 dell’art.18 1.300/70 pro tempore vigente, liquidandola nella misura di 18 mensilità. Il Collegio distrettuale, in particolare, aveva osservato che, diversamente da quanto dedotto dalla parte datoriale, era infondato l’addebito formulato nell’agosto del 2016 in relazione alla mancata informazione del Presidente in ordine alle numerose irregolarità di cassa successivamente riscontrate, posto che era emerso dal compendio istruttorio acquisito, come all’interno della azienda vi fosse “una sostanziale distribuzione del potere gestionale e delle connesse responsabilità”.

Sotto altro versante veniva evidenziato che il medesimo Presidente aveva avuto contezza delle predette discrepanze economiche già dall’ottobre 2015, sicché la relativa contestazione era da reputarsi tardiva essendo intercorso un periodo di circa 10 mesi fra l’accertamento dei fatti e l’invio della lettera di addebito.

La Corte di merito riteneva, invece, fondati i fatti oggetto della contestazione disciplinare giacché la dipendente non aveva in alcun modo provveduto a trasmettere un rapporto sulla situazione contabile, disattendendo la direttiva aziendale già a lei impartita da oltre due mesi.

Ciò nondimeno, secondo il Giudice di secondo grado non ricorreva la fattispecie della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, in virtù dell’unicità dell’addebito, dell’assenza di precedenti disciplinari a carico della lavoratrice, della riscontrata incertezza in merito all’ammontare del pregiudizio economico arrecato alla società, della predisposizione, seppur tardiva, della richiesta relazione illustrativa; elementi tutti che consentivano di escludere l’idoneità della condotta posta in essere dalla ricorrente, a ledere in maniera irreversibile il vincolo fiduciario sotteso al rapporto di lavoro.

Nell’impugnare la pronuncia davanti alla Suprema Corte l’azienda criticava le conclusioni del Giudice a quo laddove aveva ritenuto insussistenti, oltre che tardivi, i fatti oggetto di contestazione.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto il motivo privo di fondamento specificando che il criterio di immediatezza va inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale. Al proposito la relativa valutazione del giudice di merito è insindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione adeguata e priva di vizi logici. Nel caso in esame la motivazione addotta a sostegno dell’impianto decisorio, appariva congrua, logicamente coerente e puntualmente riferita a tutti gli elementi del giudizio, avendo la Corte distrettuale rimarcato – con valutazione delle acquisizioni probatorie del tutto congrua e pertanto non censurabile in sede di legittimità – che l’assetto organizzativo aziendale era improntato ad una sostanziale distribuzione del potere gestionale e della connesse responsabilità, senza tralasciare di considerare che il medesimo Presidente aveva avuto cognizione delle discrepanze economiche oggetto di contestazione, sin dall’ottobre 2015.

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