Allo stato delle conoscenze scientifiche le cause della vulvodinia cronica sono poco conosciute; il meccanismo etiopatogenetico è costituito da una infiammazione cronica che, anche se risolta, può lasciare dolore neuropatico persistente (Tribunale di Roma, Sez. XIII, Sentenza n. 14314/2021 del 10/09/2021 RG n. 24090/2015)

La paziente cita a giudizio il Medico e la Struttura chiedendone la condanna al risarcimento di tutti i danni subiti a seguito dell’effettuazione di test allergologici a sostanze antibiotiche effettuati nel mese di ottobre 2012, che prospetta quale causa diretta della successiva patologia sviluppatasi. L’attrice allega che la condotta professionale dei convenuti determinava l’insorgenza di una vulvodinia cronica che le era stata diagnosticata in seguito e chiede il ristoro dei danni nella misura di euro 2.052.595,70.

Nello specifico, la donna nei giorni 15 e 17 ottobre 2012, presso la struttura convenuta effettuava test allergologici, volti ad individuare -per uso futuro – un antibiotico che fosse tollerato dall’organismo.

Venivano effettuati i test di ipersensibilità cutanea, i quali fornivano esito negativo. Seguiva un test di esposizione, consistente nell’assunzione, per via orale, di una compressa di Zymmat (cefalosporina) nel dosaggio di 500 mg.

La mattina successiva, la donna avvertiva una intensa fitta a livello del clitoride, che appariva violaceo e tumefatto; altre fitte seguivano in concomitanza con la deambulazione, accompagnate da fortissimo dolore.

Il Medico, immediatamente informato, suggeriva una visita ginecologica, ritenendo potesse trattarsi di vaginite o candidosi genitale. La visita specialistica cui si sottoponeva la donna non riscontrava una reazione allergica, ma prescriveva un anti fungino e un antiinfiammatorio.

In data 30 ottobre 2012 il Medico convenuto certificava l’anamnesi riferita dalla paziente riportando “episodi reattivi di tipo non immediato in corso d i terapia con ampicillina (Amplital: glossite e vaginite, 2 volte) e amoxicillina + acido clavulanico (Augmentin: eritema polmonare con esfoliazione)”.

Nel dicembre 2013 la donna si rivolgeva al “Pacific Centre for Pelvic Pain” di San Francisco, allo scopo di trovare un sollievo ai disturbi che la affliggevano. L’Istituto americano comunicava, tramite e-mail, che l’ipotesi di reazione avversa all’antibiotico poteva essere plausibile, avendo egli riscontrato, in un suo paziente, una infiammazione scrotale senza coinvolgimento di altre aree, a seguito dell’assunzione di tetraciclina.

Nel contempo l’odierna attrice era seguita, per riabilitazione del pavimento pelvico e terapie, da altri specialisti italiani.

L’Urologo rilasciava alla donna, in data 22 gennaio 2015, una diagnosi di sindrome del dolore pelvico cronico con neuropatia del pudendo e ipertono della muscolatura pelvica, insorta acutamente nel 2012, a seguito di terapia antibiotica.

Nonostante le varie terapie, l’attrice continuava a soffrire di intenso dolore localizzato, che le rendeva estremamente difficoltosa ogni attività, della vita quotidiana e le impediva di condurre una esistenza autonoma e gratificante sotto il profilo psico-fisico.

Il Tribunale dispone CTU Medico-Legale e trattiene la causa in decisione.

Parte attrice ribadisce di avere espresso forti perplessità all’assunzione dell’antibiotico Zinnat, proposto dal Medico convenuto, riferendo una pregressa allergia o ipersensibilità agli antibiotici. Non è stata tuttavia prodotta anamnesi documentale in proposito. I tre episodi pregressi di reazione, riferiti dalla paziente al convenuto, non risultano oggetto di specifica, precedente diagnosi.

Nella certificazione rilasciata all’attrice dallo stesso convenuto il 30 ottobre 2012, i precedenti riferiti dalla paziente vengono riportati come “episodi reattivi di tipo non immediato in corso di terapia con ampicillina (Amplital: glossite e vaginite, 2 volte) e amoxicillina + acido clavulanico (Augmentin: eritema polmonare con esfoliazione)”.

Il Medico individuava un antibiotico rispondente alle esigenze della paziente (Zynnat nel dosaggio di 500 mg) e ipotizzava all’attrice soltanto l’eventualità dell’insorgenza di dismicrobismi (in forma di lieve glossite o vaginite).

Il CTU ha evidenziato che “il test di esposizione con l’acetossiletil-cefuroxime venne correttamente somministrato, sia in considerazione della negatività dei test cutanei, sia quanto alla dose prescelta; inoltre, gli episodi reattivi riferiti a precedenti terapie antibiotiche con Amplital non costituivano controindicazione ad eseguire il test come effettuato. In un tempo successivo (18 h dopo aver praticato il test diagnostico) la P. ha SI manifestato sintomi che abitualmente non conseguono a tale procedura……In base agli esami clinici, ematici e batteriologici effettuati dalla donna nel corso delle operazioni peritali tra il 09.04.2018 e il 15.06 .2018 , si evidenziava vulvodinia cronica localizzata ed infezione da escherichia coli ……. quanto alla etiopatogenesi della rilevata vulvodinia, che sono ancora scarse le conoscenze sulle cause del disturbo e su possibili terapie ; esaminando la questione della riconducibilità degli esiti lamentati ai test somministrati, la periziata risulta allo stato affetta dalle seguenti forme morbose: A) Vulvodinia cronica con clitoridodinia ed ipertono mialgico del pavimento pelvico, nell’ ambito di una sindrome del dolore pelvico cronico con neuropatia del nervo pudendo ; B) Colonizzazione dei genitali esterni con varia flora batterica di origine presumibilmente intestinale; C) Sindrome depressiva di lieve entità. La vulvodinia è una non rara sindrome dolorosa cronica [cioè con decorso di durata superiore ai 3 mesi] dell’ apparato genitale femminile esterno, che si manifesta con dolore vulvare e disfunzioni sessuali ; la sua frequenza oscilla tra il 3.1% ed il 15% e colpisce le donne tra i 16 e gli 80 anni . Si tratta di un disturbo non grave, che può però interferire pesantemente a livello sia biologico che relazionale e psico -sessuale, influendo negativamente sulla qualità di vita della paziente . Nonostante l’elevata frequenza del disturbo, sono ancora scarse le conoscenze sulle sue cause e su di una possibile terapia ; in sintesi, si ritiene che elementi clinici costanti nella vulvodinia siano un’ infiammazione cronica (spesso una candidosi, ma anche da altri germi, in genere saprofiti) a carico dell’ apparato genitale, in grado di stimolare i centri nervosi periferici e centrali del dolore , ovvero la presenza di stati depressivi anche lievi. Nel caso in esame il tempo intercorso tra l’ esecuzione del test e la comparsa dei sintomi , il tipo di affezione ed il protrarsi a lungo di questa, negli anni, fanno ritenere come estremamente improbabile l’ esistenza di un rapporto causale tra l’ operato del sanitario convenuto e l’ affezione che ha colpito la paziente”.

Il Tribunale, previa panoramica legislativa in punto di responsabilità sanitaria, precisa che l’oggetto della prestazione del medico non consiste nel ripristino della salute del paziente, ma piuttosto nella corretta applicazione delle leges artis che a quel ripristino risultino strumentali.

In particolare, viene rammentato che il nesso di causalità (materiale), la cui valutazione in sede civile è diversa da quella penale (ove vale il criterio dell’elevato grado di credibilità razionale che è prossimo alla “certezza”), consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio (ispirato alla regola della normalità causale) del “più probabile che non”.

Ciò significa che, ai fini dell’attribuzione della responsabilità del sanitario, occorre innanzitutto accertare, sul piano della causalità materiale (rettamente intesa come relazione tra la condotta e l’evento di danno), l’efficienza eziologica della condotta del sanitario rispetto all’evento, in applicazione della regola di cui all’art. 41 c.p., così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita (Cass., sez. III, 17 ottobre 2013, n. 23575).

Il CTU ha valutato insussistenti sia profili di responsabilità, sia qualsivoglia nesso di causalità tra la somministrazione dei test allergologici e la patologia lamentata dall ‘attrice.

Conseguentemente, nessun profilo di responsabilità può essere ravvisato nell ‘operato del professionista convenuto per la somministrazione della compressa di Zinnat in dosaggio di 500 mg: non vi erano risultanze clinico -diagnostiche suggestive di possibile predisposizione a fenomeni allergici significativi, i test di sensibilità cutanea già effettuati nei giorni immediatamente precedenti erano negativi e la dose somministrata era adeguata.

Peraltro, proprio la scelta di un medicinale non foriero di reazioni avverse integrava la causa concreta del contratto stipulato tra le parti e, pertanto, rispondeva ad un coerente “rischio ragionato” la relativa somministrazione in ambiente professionale, su indicazione di uno specialista, in presenza di personale qualificato e di attrezzature idonee a monitorare il decorso clinico.

Difetta inoltre la prova del necessario nesso di causalità: alla luce degli elementi sopra evidenziati, ed in mancanza di significative evidenze circa la presenza della dedotta patologia allergica non è ravvisabile alcuna correlazione tra una eventuale allergia agli antibiotici , non dimostrata, e l’ insorgere della vulvodinia.

Al contrario, come affermato dal CTU, alla luce degli elementi risultanti dalla documentazione clinica in atti, la causa della patologia sviluppata è multifattoriale e allo stato lungi dall ‘essere individuata con certezza dalla scienza medica .

In particolare, “allo stato delle conoscenze scientifiche le cause della vulvodinia cronica sono poco conosciute; il meccanismo etiopatogenetico è costituito da una infiammazione cronica che, anche se risolta, può lasciare dolore neuropatico persistente. Non vi sono studi che confermino il ruolo primario o di concausa delle reazioni avverse ai farmaci betalattonici nell’instaurarsi della vulvodinia cronica ed in particolare della esposizione alla acetossi -etil -cefuroxina. Ne consegue che la reazione di ipersensibilità su base allergica , in particolare scatenata da uso di antibiotici , quand ‘anche conseguita ai test effettuati non può, con ragionevole probabilità, considerarsi comprovatamente causa della attuale patologia sofferta dalla paziente”.

Per tali ragioni la domanda dell’attrice viene rigettata.

Il Tribunale Civile di Roma, conclusivamente, rigetta la domanda proposta dalla donna e la condanna al pagamento in favore dei convenuti delle spese processuali, quantificate in euro 36.145,00 per compensi, oltre accessori di legge per ciascuna parte e dichiara integralmente compensate le spese relativamente alla domanda di manleva proposta dalla Struttura nei confronti della Compagnia assicuratrice.

Avv. Emanuela Foligno

Sei vittima di errore medico o infezione ospedaliera? Hai subito un grave danno fisico o la perdita di un familiare? Clicca qui

Leggi anche:

Insuccesso di intervento di debridement e lacerazione delle corde vocali

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui