Secondo una recente ricerca, l’associazione tra abiraterone e prednisone nella cura del tumore alla prostata migliorerebbe di quasi un anno la sopravvivenza globale del paziente rispetto alla terapia con il solo prednisone. «Responsabile Civile» ha chiesto il parere di un urologo.
Un recente studio ha permesso di individuare una terapia contro il tumore alla prostata che, associando abiraterone e prednisone, comporterebbe il maggior beneficio in termini di sopravvivenza mai registrato fino ad ora su pazienti con stadio precoce della malattia.
«Responsabile Civile» ha chiesto al Dottor Michele Lasaponara, urologo, una nota interpretativa proprio su questa nuova terapia con abiraterone nel tumore alla prostata. Ecco cosa ci ha spiegato l’esperto:
«Pur restando inalterate le indicazioni circa il trattamento del carcinoma prostatico organo-localizzato (attenta osservazione, chirurgia radicale, radioterapia etc), negli ultimi anni si sono ampiamente sviluppate terapie (ormonali, chemioterapie e radioelementi) volte a trattare il carcinoma prostatico negli stadi più avanzati, quando, cioè, la malattia non è più localizzata, ma è diventata generalizzata, con interessamento di altri organi e apparati. La messa in commercio di molti farmaci ha decisamente cambiato la prognosi anche in questi stadi avanzati di patologia.
E’ nota ormai da tempo, tra gli altri presidi terapeutici, anche l’ottima attività dell’abiraterone, cui si può far ricorso in vari stadi di malattia generalizzata, con risultati di rallentamento di tempo di progressione del tumore alla prostata, miglioramento del dolore tumore/correlato e della sopravvivenza.
I dati dello studio internazionale, randomizzato, in doppio cieco di fase III condotto dalla Janssen e presentato al Congresso Europeo di Urologia, confermano quanto ormai noto da tempo e incoraggiano l’atteggiamento di trattare la malattia neoplastica non organo-localizzata con l’associazione abiraterone-prednisone precocemente, in fase meno aggressiva e asintomatica.
Così come espressa e divulgata la notizia può, in realtà, creare un misunderstanding poiché forse non è abbastanza sottolineato che i risultati oncologici sorprendentemente positivi ottenuti questo tipo di terapia si sono avuti in pazienti con “stadio precoce” di malattia (ma comunque con malattia generalizzata, in presenza quindi di metastasi o di invasività locale: tumore metastatico della prostata resistente alla castrazione che non avevano ricevuto una precedente chemioterapia), che nelle esperienze precedenti di trattamento avevano una prognosi infausta e comunque molto limitata nel tempo e non al trattamento routinario della neoplasia prostatica, che si rivolge invece agli stadi che prevedono una malattia presente unicamente a livello della ghiandola e senza diffusione né loco-regionale, né a distanza».



