Arresto cardiorespiratorio e decesso per mancata somministrazione di eparina è quanto viene contestato alla Struttura Sanitaria (Cassazione Civile, sez. III, 15/02/2022 n.4904).

Arresto cardiorespiratorio e shock cardiogeno, secondo i congiunti del paziente deceduto erano stati cagionati da condotte negligenti dei sanitari. Quindi, veniva introdotto giudizio dinanzi il Tribunale di Ferrara contro l’Azienda Ospedaliera Universitaria  dove la donna era stata ricoverata per sindrome cardiaca acuta.

Secondo la prospettazione attorea, la morte per shock cardiogeno e arresto cardiorespiratorio della donna era stata cagionata da condotte negligenti dei sanitari della struttura, in particolare, per erronea indicazione immediata alla coronagrafia in presenza di un infarto sub-endocardico (NSTEMI) e non transmurale (STEMI), nonché la mancata somministrazione di eparina.

Il Tribunale di Ferrara rigettava la domanda per mancanza di prova del nesso causale e di profili di colpa nella condotta dei Sanitari.

Il CTU confermava la correttezza della diagnosi di infarto transmurale e della procedura tecnica eseguita, e, quanto al nesso causale, rilevava la presenza di una serie di circostanze indipendenti dalle cure sanitarie che escludevano, con certezza probabilistica, la riferibilità del decesso alla condotta dei medici (in particolare, il ritardo nell’arrivo al pronto soccorso rispetto all’insorgere della sintomatologia e il quadro coronarografico di grave severità della paziente, a causa di condizioni anatomiche gravi e al limite delle possibilità di intervento cardiologico).

Con specifico riferimento alla mancata somministrazione di eparina, il Tribunale osservava che la CTU aveva chiarito che “la valutazione di tale elemento non era idonea ad essere ricondotta causalmente con l’esito infausto delle cure poste in essere dai sanitari e che, in ogni caso, pur non essendovi evidenza della somministrazione di eparina nella cartella clinica, la visione della coronarografia consentiva di desumere con certezza che la procedura tecnica, ivi inclusa quella preliminare, era stata eseguita in maniera corretta.”

La decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Bologna.

Il congiunto della donna ricorre in Cassazione lamentando violazione e falsa applicazione dei canoni inerenti l’onere della prova e il nesso causale.

In particolare, secondo il ricorrente, il Giudice di primo grado avrebbe erroneamente posto a carico dell’attore la prova circa la sussistenza di tale nesso, mentre sarebbe onere dell’attore danneggiato fornire la sola prova dell’esistenza del contratto e dell’insorgenza o aggravamento della patologia, allegando un inadempimento dei sanitari astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato. Nello specifico, la mancata somministrazione di terapia antitrombotica integrerebbe un’omissione idonea a cagionare il decesso della paziente per arresto cardiorespiratorio.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce che le risultanze della C.T.U. non consentirebbero di escludere la sussistenza del nesso causale tra l’operato dei medici e il decesso della donna. Il C.T.U., infatti, avrebbe rilevato il comportamento negligente dei medici per aver omesso la somministrazione di profilassi antitrombotica, la cui stretta contestualità con l’esito infausto dell’intervento chirurgico doveva ritenersi altamente indicativa di un nesso di causalità.

Le censure sono infondate.

I motivi del ricorso sono rivolti a censurare la sentenza Tribunale di Ferrara unicamente nella parte in cui non aveva ritenuto raggiunta la prova della riconducibilità eziologica del decesso, avvenuto per arresto cardiorespiratorio, alla condotta dei sanitari.

Non viene formulato alcuno specifico motivo di ricorso in ordine all’ulteriore rilievo del Giudice di primo grado, secondo cui, in base agli esiti della C.T.U., doveva essere comunque esclusa una condotta colposa dei sanitari dell’Azienda convenuta, risultando al contrario accertata la correttezza della diagnosi di ammissione e della procedura tecnica eseguita, compresa la fase preliminare della stessa procedura.

Ciò posto viene rimarcato il principio secondo il quale la responsabilità della struttura sanitaria per i danni da perdita del rapporto parentale, invocati iure proprio dai congiunti di un paziente deceduto, è qualificabile come extracontrattuale.

Infatti, il rapporto contrattuale che si instaura fra il paziente e la struttura sanitaria, o il medico, esplica i suoi effetti tra le sole parti del contratto, e pertanto l’inadempimento della struttura o del professionista genera responsabilità contrattuale esclusivamente nei confronti del paziente.

Pertanto, nel caso in esame, vertendosi in tema di danni subiti iure proprio dal ricorrente per la morte della moglie, era onere dello stesso dimostrare l’esistenza di un comportamento censurabile, sotto il profilo della colpa, da parte dei medici.

Contrariamente a quanto sostiene il ricorrente, il Tribunale ha preso in considerazione la possibile riconducibilità della causa del decesso, avvenuto per arresto cardiorespiratorio, alla mancata somministrazione di eparina, escludendola espressamente sulla scorta delle conclusioni del C.T.U. e delle risposte da questi fornite alle osservazioni del CTP di parte attrice.

Al riguardo, viene sottolineato che il Giudice di merito, quando aderisce alle conclusioni del CTU ed abbia tenuto conto dei rilievi dei CTP esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, e non deve necessariamente soffermarsi anche sulle contrarie allegazioni dei CTP, che, sebbene non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili, senza che possa, al riguardo, configurarsi la fattispecie del vizio di motivazione.

Il ricorso viene integralmente rigettato.

Avv. Emanuela Foligno

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