L’assegno per il nucleo familiare è una prestazione a sostegno delle famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro dipendente, i cui nuclei familiari siano composti da una o più persone e il cui reddito complessivo sia al di sotto delle fasce reddituali stabilite di anno in anno dalla legge

La vicenda

Una figlia maggiorenne inabile al 93%, la madre aveva presentato istanza al Tribunale di Lecce al fine di ottenere l’assegno per il nucleo familiare sulla pensione diretta per la figlia e al contempo, il riconoscimento della contitolarità con la medesima della pensione di reversibilità.
I giudici della Cassazione hanno respinto l’istanza cassando la decisione impugnata dall’Inps; a tal riguardo, hanno fornito importanti chiarimenti in ordine ai presupposti per presentare la domanda di assegno al nucleo familiare e alla nozione di pensione di reversibilità.
La domanda formulata dall’originaria ricorrente non è stata accolta innanzitutto perché illegittima: ed invero, quest’ultima non aveva poteri rappresentativi che le consentivano di agire in giudizio per far valere un diritto proprio della figlia.
A norma dell’art. 81 c.p.c., “nessuno può far valere nel processo un diritto altrui in nome proprio fuori dei casi espressamente previsti dalla legge”.
Tale norma comporta la verifica, anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo (con il solo limite della formazione del giudicato interno sulla questione) e in via preliminare al merito, della coincidenza dell’attore e del convenuto con i soggetti che, secondo la legge che regola il rapporto dedotto in giudizio, sono destinatari degli effetti della pronuncia richiesta.

La pensione di reversibilità

Secondo il R.D.L. n. 636 del 1939, art. 13, convertito in L. n. 1272 del 1939, la pensione di reversibilità spetta al coniuge e ai figli superstiti che, al momento della morte del pensionato dell’assicurato, non abbiano superato l’età di 18 anni e ai figli di qualunque età riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di questi.
«La pensione di reversibilità – chiariscono i giudici della Suprema Corte -è un diritto che sorge in capo al coniuge e ai figli superstiti che si trovino nelle condizioni stabilite dalla legge, ciascuno dei quali è titolare del diritto per la quota di specifica spettanza ed è, dunque, legittimato a far valere tale diritto in giudizio».

L’assegno per il nucleo familiare

L’assegno per il nucleo familiare è, invece, una prestazione a sostegno delle famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro dipendente, i cui nuclei familiari siano composti da una o più persone e il cui reddito complessivo familiare sia al di sotto delle fasce reddituali stabilite di anno in anno dalla legge.
È stato istituito con il D.L. 13 marzo 1988, n. 69, art. 2, convertito con modificazioni nella L. 13 maggio 1988, n. 153 e per quanto non espressamente previsto si fa rinvio alle disposizioni del T.U. sugli assegni familiari, approvato con il D.P.R. 30 maggio 1955, n. 1124 lasciando, in tal modo in vigore la disciplina preesistente che assume a parametro, per il riconoscimento del diritto, il reddito familiare.
Nel D.L. n. 69 del 1988, art. 2, comma 10, è previsto che “l’assegno non spetta se la somma dei redditi da lavoro dipendente, da pensione o da altra prestazione previdenziale derivante da lavoro dipendente è inferiore al settanta per cento del reddito complessivo del nucleo familiare”.
Ne deriva che qualora la parte che agisca in giudizio, a norma dell’art. 2697 c.c., per far valere il proprio diritto all’assegno per il nucleo familiare occorre provare non solo lo svolgimento effettivo dell’attività lavorativa, ma anche l’insussistenza della predetta condizione ostativa di cui all’art. 2, comma 10.
Ulteriore profilo di rilievo è assegnato al destinatario della prestazione, che vede come unità di riferimento il nucleo familiare, che può essere composto dal richiedente lavoratore o titolare della pensione, dal coniuge che non sia legalmente ed effettivamente separato; dai figli ed equiparati di età inferiore a 18 anni, conviventi o meno, ovvero, senza limite di età, qualora si trovino, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, nell’assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad un proficuo lavoro.

La nozione giuridica di inabilità

Come premesso la vicenda in esame prende le mosse dal ricorso presentato dalla madre di un soggetto inabile al lavoro al fine di ottenere l’assegno per il nucleo familiare sulla pensione diretta e al contempo, la contitolarità sulla pensione di reversibilità.
Ebbene, la L. n. 222 del 1984, ha introdotto un’unica ed unitaria nozione di “inabilità” che vale per integrare il diritto sia alla relativa pensione, sia alla pensione di reversibilità, sia ai fini del diritto agli assegni familiari, posto che l’art. 8 cit., comma 2 sostituisce l’art. 4 del TU 30 maggio 1955, n. 797.
Sono quindi “inabili” alla stregua della L. n. 222 del 1984, artt. 2 e 8, contenenti identica dizione, “le persone che, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovino nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”.
Con la precisazione che la assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa deve essere determinata esclusivamente dalla infermità ovvero dal difetto fisico o mentale, non già da circostanze estranee alle condizioni di salute, senza che debba verificarsi, in caso di mancato raggiungimento di una totale inabilità, il possibile impiego delle eventuali energie lavorative residue in relazione al tipo di infermità e alle generali attitudini del soggetto (in tal senso, Cass. n. 10953/2016, cit., e Cass. n. 8678/2018).
Ebbene, nel caso in esame, la corre territoriale, nell’accogliere l’istanza formulata dalla ricorrente aveva omesso di conformarsi ai principi sopra richiamati, per mancanza del necessario requisito sanitario; la c.t.u. aveva, infatti, accertato percentuale di inabilità della figlia del 93%.
Il ricorso dell’Inps è stato perciò accolto e cassata con rinvio la decisione impugnata.

La redazione giuridica

 
Leggi anche:
ASSEGNO SOCIALE E PENSIONE DI REVERSIBILITA’: E’ POSSIBILE CUMULARLE?

1 commento

  1. Sono vedova da due anni ,percepisco la pensione dell’imps e quella del notariato di mio marito,ho due figli adulti di 37 e 33 anni ,il maschio di 33 anni e affetto da una tetraparesi dovuta a distress respiratorio alla nascita perché prematuro,il ragazzo non lavora e solo adesso noi abbiamo fatto la domanda di invalidità ,per poter avere un lavoro a lui idoneo,perché oltre la perdita di mio marito abbiamo perso Un azienda che sarebbe servita a dare un reddito a mio figlio un domani quando sarebbe rimasto senza entrambi i genitori,ora mi chiedo se un domani in mia assenza mio figlio possa godere della reversibilità della pensione di mio marito che io percepisco,oggi mio figlio grazie alle cure fatte da sempre sta abbastanza bene e ha un difetto solo unicamente nella deambulazione,che è rigida e spesso precaria,ma mi tormenta l’idea che possa peggiorare e che io non possa aiutarlo perché con una salute cagionevole non so quanto io possa vivere.Grazie Cynthia Catenacci

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui