La reiterata pubblicazione sui social network di foto e/o comunicazioni a contenuto fortemente denigratorio della persona offesa, integra il reato di atti persecutori

La Corte d’Appello di Potenza aveva riformato la decisione di primo grado con la quale il Tribunale del capoluogo lucano aveva condannato l’imputato alla pena di giustizia ed al risarcimento del danno per il delitto di cui all’art. 612 bis c.p. (atti persecutori), riqualificando l’originaria imputazione in quelle di diffamazione e molestie, e liquidando in favore della persona offesa e della “Associazione telefono donna” rispettivamente la somma di 15mila e mille euro e confermando nel resto la pronunzia.

Contro tale provvedimento ha proposto ricorso il Procuratore Generale territoriale, lamentando l’errata qualificazione giuridica dei fatti contestati. A detta dell’accusa, la sentenza impugnata era illogica in quanto, pur non avendo messo in dubbio le condotte contestate nel capo di imputazione, aveva ritenuto assente la prova di uno degli eventi tipici del delitto (la prova cioè del sentimento di paura e dello stato d’ansia patito dalla vittima).

Le risultanze processuali

Ed invero, le risultanze processuali provavano il contrario: il processo aveva infatti dimostrato come, proprio a partire dal 2016, le condotte persecutorie si erano intensificate, consumandosi da parte dell’imputato in reiterate minacce, aggressioni e comportamenti molesti nei confronti della vittima e del suo nuovo fidanzato, oltre che in ripetute offensive pubblicazioni sui social network; e tali elementi, pur non essendo stati negati, non erano stati presi in considerazione nel percorso motivazionale di riqualificazione del delitto di cui all’art. 612 bis c.p..

Anche la difesa delle costituite parti civili ha proposto ricorso per cassazione, lamentando tra gli altri motivi, la violazione dell’art. 612 bis c.p. e dell’art. 595 c.p., quanto alla qualificazione come condotte diffamatorie della pubblicazione sui  social network di frasi e foto offensive della reputazione della vittima.

La Corte di Cassazione (Quinta Sezione Penale, sentenza n, 26049/2019) ha accolto il ricorso del PM perché fondato.

Al riguardo, è stato affermato che “nel delitto previsto dell’art. 612 bis c.p., che ha natura abituale, l’evento deve essere il risultato della condotta persecutoria nel suo complesso, e può manifestarsi anche solo a seguito della consumazione dell’ennesimo atto persecutorio, in quanto dalla reiterazione degli atti deriva nella vittima un progressivo accumulo di disagio che, solo alla fine della sequenza, degenera in uno stato di prostrazione psicologica, a sua volta in grado di manifestarsi in una delle forme previste dalla norma incriminatrice”.

Il delitto di diffamazione non esclude quello di atti persecutori

Parimenti, è stato accolto il ricorso delle parti civili. Quanto all’errata qualificazione giuridica delle condotte di diffusione di messaggi o immagini o foto offensive e denigratorie, pubblicate in una rubrica creata ad hoc su Facebook, i giudici della Suprema Corte hanno precisato che “il delitto di diffamazione di regola non esclude quello di atti persecutori, avendo le due fattispecie oggetto giuridico diverso, anche quando la condotta diffamatoria costituisce una delle molestie costitutive del reato previsto dall’art. 612 bis c.p. e potendo, pertanto, concorrere in senso formale. (Sez. 5, Sentenza n. 51718 del 05/11/2014).

Per altro verso, è stato osservato che la reiterata pubblicazione sul social network tramite foto e/o comunicazioni a contenuto fortemente denigratorio della persona offesa, con particolare riguardo alla sfera intima della sua libertà sentimentale e sessuale, e nel contempo in violazione della sua riservatezza, può essere inquadrata nel delitto di atti persecutori (Sez. 6, Sentenza n. 32404 del 16/07/2010).

La decisione

Tale conclusione appare coerente anche sotto il diverso profilo degli eventi alternativamente richiesti ad integrare il reato (ossia l’insorgere di un particolare stato d’animo nella vittima o la causazione di modificazioni delle sue abitudini di vita), se si tiene conto della elevatissima capacità di diffusione dei social e della “creazione nel frequentatissimo mondo del web di un probabile pregiudizio nei confronti del soggetto passivo, pregiudizio che non gli può essere ignoto e che – in combinazione con ulteriori e diverse condotte di tipo persecutorio, come riscontrate nel caso in esame – può avere seri riflessi negativi sulla serenità psichica e/o sulle abitudini di vita del soggetto passivo, inducendolo, ad esempio, alla rinunzia preventiva a frequentare ambienti, luoghi e/o persone solitamente seguiti”.

In definitiva, il ricorso è stato accolto con conseguente annullamento della sentenza impugnata, con rinvio per un nuovo esame alla Corte d’Appello di Salerno.

Avv. Sabrina Caporale

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