Respinto il ricorso di due coniugi, condannati per atti persecutori, che eccepivano la liceità delle videoriprese effettuate attraverso apparecchiature illegalmente installate nella loro dimora da investigatori privati assunti dalla persona offesa

Il reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis codice penale) non è configurabile per il solo fatto che si adoperino strumenti di osservazione e ripresa a distanza, nel caso in cui tali strumenti siano finalizzati esclusivamente alla captazione di quanto avvenga in spazi che, pur di pertinenza di una privata abitazione, siano, però, di fatto, non protetti dalla vista degli estranei. Lo ha chiarito la Suprema Corte con la sentenza n. 17346/2020 pronunciandosi sul ricorso di due coniugi condannati in sede di appello alla pena di sette mesi di reclusione nonché al risarcimento dei danni alla parte civile, ovvero la loro vicina di casa, per il reato di atti persecutori.

Nello specifico, marito e moglie erano accusati di aver compiuto nei confronti della persona offesa varie azioni intimidatorie, arrecandole un grave stato di ansia e paura, nonché un fondato timore per la propria incolumità; condizioni tali che l’avevano indotta a mettere in vendita la propria abitazione.

I ricorrenti, nel rivolgersi alla Cassazione, deducevano, tra gli altri motivi, che i giudici di merito avessero rigettato la richiesta di perizia da loro avanzata su prove inutilizzabili costituite da videoregistrazioni realizzate in luoghi di privata dimora, vietata in modo assoluto dall’art. 615-bis del codice penale, che ne sancisce l’illiceità.

I Giudici Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non accogliere la doglianza rappresentata, respingendo il ricorso in quanto infondato.

Dal Palazzaccio hanno infatti chiarito che la Corte d’Appello aveva dettagliatamente ricostruito la vicenda e le fonti di prova che avevano portato ad affermare la responsabilità degli imputati. Inoltre, i giudici di secondo grado avevano risposto alla richiesta di acquisizione delle consulenze tecniche di parte volte a provare la riconducibilità delle videoregistrazioni ad apparecchiature illegalmente installate nell’abitazione dei ricorrenti dagli investigatori privati assunti dalla persona. In particolare, avevano spiegato come non fossero mai emersi elementi dai quali poter desumere una simile circostanza; anzi, si era dimostrato che le videoriprese fossero state girate dall’esterno dell’abitazione e dirette a parti di essa accessibili dall’esterno, sicché dovevano ritenersi legittimamente acquisite come documenti.

Secondo quanto disposto dalle Sezioni Unite con la pronuncia n. 26795/2006, le videoregistrazioni in luoghi pubblici ovvero aperti o esposti al pubblico, se eseguite dalla polizia giudiziaria, anche d’iniziativa, vanno incluse nella categoria delle prove atipiche, soggette alla disciplina dettata dall’art. 189 codice di procedura penale e, trattandosi della documentazione di attività investigativa non ripetibile, possono essere allegate al relativo verbale e inserite nel fascicolo per il dibattimento.

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