L’utero della donna non si dilatava ma nessuno decise di intervenire con un cesareo. Il feto morì per ipossia, a causa di una sofferenza fetale che, secondo i periti, avrebbe dovuto essere diagnosticata
Il Tribunale civile di Napoli ha condannato l’azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli, il Secondo policlinico, al risarcimento di 150mila euro a favore di una coppia di genitori per la perdita, a maggio 2014, del figlio primogenito che la mamma portava in grembo.
La donna, secondo quanto riportato dal Mattino, si era recata in Ospedale il 9 maggio, subito dopo la rottura delle acque, ma con il trascorrere delle ore il suo utero non si dilatava e nessuno prese la decisione di portare la paziente in sala operatoria per sottoporla a un taglio cesareo. La mattina dell’11 maggio il feto morì a causa di ‘grave ipossia dovuta a sofferenza fetale durante il parto’.
Questo il responso dell’esame autoptico disposto dalla Procura assieme al sequestro delle cartelle cliniche, su denuncia presentata dai due coniugi. Secondo il perito nominato dal giudice la sofferenza fetale “poteva e doveva essere diagnosticata diverse ore prima della morte tramite il tracciato cardiotocografico”.
Sul caso è in corso dal 2015 anche un procedimento penale davanti all’undicesima sezione penale del giudice monocratico del capoluogo partenopeo. Sul banco degli imputati sono finiti una ginecologa e un ostetrico con l’accusa di concorso in interruzione colposa di gravidanza.
Nell’ambito dei procedimenti avviati tutte le perizie depositate dai consulenti, del Giudice e delle parti, arrivano alla stessa conclusione: il bimbo poteva essere salvato.
La sentenza del giudice civile, tuttavia, non ha soddisfatto i legali della famiglia, che annunciano ricorso in appello contro un risarcimento che non ritengono assolutamente congruo, puntando a ottenere in secondo grado la cifra massima liquidabile, pari a circa 400mila euro. “Non è solo una questione di soldi – affermano i legali – ma di dignità della sofferenza”.
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