Se il contratto lo prevede le spese di spedizione delle bollette telefoniche possono essere poste legittimamente a carico degli utenti

La vicenda

Con atto di citazione ritualmente notificato una nota compagnia telefonica italiana aveva proposto appello per la riforma della sentenza del Giudice di Pace di Bella che aveva accolto la domanda proposta dall’utente in ordine al rimborso delle spese di spedizione delle bollette telefoniche, ed aveva inoltre condannato la società al risarcimento dei danni, per la nota questione dell’addebito delle predette spese a carico dell’utente in asserita violazione dell’art. 21, comma 8, del D.P.R. 26 dicembre 1972 n. 633 .

Con la sentenza in commento, il Tribunale di Potenza (n. 347 del 16/04/2019) ha accolto il motivo di appello con cui l’appellante aveva eccepito l’insussistenza della violazione dell’art. 21, comma 8, del D.P.R. n. 633/1972, ritenuta dal giudice di pace.

L’art. 21, comma 8, D.P.R. 633/1972 prevede che “Le spese di emissione della fattura e dei conseguenti adempimenti e formalità non possono formare oggetto di addebito a qualsiasi titolo”.

Il giudice di primo grado, nella sentenza impugnata, aveva fatto rientrare le spese di spedizione della fattura tra le spese relative agli adempimenti conseguenti all’emissione della fattura, di cui all’art 21, comma 8, D.P.R. 633/1972; aveva quindi, invocato implicitamente tale norma per escludere che tali costi potessero gravare sull’abbonato.

Tale ricostruzione non è stata condivisa dal giudice del capoluogo lucano. Come ha chiarito il Supremo Collegio (Cass. civ. 13 febbraio 2009, n. 3532; Cass. civ. 13 febbraio 2009, n. 3542), in tema di servizi di telefonia, le spese di spedizione della fattura relativa ai corrispettivi dovuti dagli abbonati per la fruizione dei servizi telefonici (cosiddette “bollette telefoniche”) non debbono necessariamente gravare sull’impresa che eroga il servizio, non potendo un siffatto obbligo desumersi dall’art. 21, comma 8, del d.P.R. 26 agosto 1973, n. 633, introdotto dal d.P.R. 23 dicembre 1973, n. 687, in quanto la spedizione non può ritenersi segmento dell’operazione di emissione della fattura, né ricondursi “ai conseguenti adempimenti e formalità”, segnando, invece, il momento stesso in cui viene a perfezionarsi la fatturazione. Tali spese trovano invece disciplina nell’ambito del diritto civile e della volontà negoziale delle parti, dovendosi pertanto correlare all’obbligazione di pagamento del servizio telefonico, per cui, ove sia contrattualmente previsto che esse gravino sull’utente e siano anticipate da chi emette la fattura, il relativo rimborso deve essere escluso dalla base imponibile del corrispettivo per il servizio telefonico reso dal gestore, come si evince dall’art. 15, primo comma, n. 3, del citato d.P.R. n. 633”.

Nel caso di specie, era incontestato il fatto che il contratto stipulato con l’utente prevedesse che le spese di spedizione della fattura telefonica fossero a carico di quest’ultimo.

Ebbene, tale clausola – ha aggiunto il Tribunale lucano – neppure può essere considerata vessatoria e quindi, nulla. “Deve escludersi, invero, la natura vessatoria della clausola delle condizioni generali di abbonamento standard prediposte dall’operatore di telefonia, in quanto detta pattuizione non rientra in alcuna delle ipotesi definite abusive (ed ora nuovamente vessatorie, secondo la terminologia propria della nostra tradizione giuridica) dalle disposizioni di legge (artt. 1469 bis c.c. ed ora artt. 33 e ss. d.lgs. n.206 del 2005); né può ritenersi vessatoria in concreto, tenuto conto della ridottissima rilevanza degli importi addebitati in relazione alla caratteristica della prestazione, non determinando alcun significativo squilibrio nell’economia del contratto.

La decisione

D’altro canto, non va trascurato che, ai sensi dell’art. 1469 ter c.c., anch’esso trasfuso nell’art. 34 D.Lgs. n. 206/05, non si considerano vessatorie quelle clausole che “riproducono disposizioni di legge”, concetto da intendersi in senso ampio di norma giuridica, ed il contenuto dell’articolo citato delle condizioni di abbonamento è riproduttivo di disposizioni di carattere normativo, sebbene non di fonte primaria, quali ad esempio l’art. 53 DPR n. 523 del 1984 (il quale dà facoltà alla società concessionaria di riscuotere i corrispettivi con bollette periodiche da spedire al domicilio degli abbonati, addebitando le relative spese postali nella misura prevista per le fatture commerciali aperte…”) e l’art. 30 d.m. 8.5.1997 n.197 (secondo cui “ogni spesa inerente al contratto di abbonamento è a carico dell’abbonato”), onde appare evidente che trattasi di clausola contrattuale meramente riproduttiva del diritto obiettivo, con conseguente esclusione del suo carattere vessatorio”.

Per tutte queste ragioni l’appello della compagnia telefonica è stato accolto.

La redazione giuridica

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