Nella procedura fallimentare le buste paga hanno piena efficacia probatoria del rapporto lavorativo laddove il datore non provi la mancata corrispondenza nel libro unico del lavoro

“Le copie delle buste paga rilasciate al lavoratore dal datore di lavoro, ove munite dei requisiti previsti dall’art. 1, comma 2, I. 4/1953 (vale a dire, alternativamente, della firma, della sigla o del timbro di quest’ultimo), hanno piena efficacia probatoria del credito che il dipendente intenda insinuare al passivo della procedura fallimentare riguardante il suo datore di lavoro”. Lo ha ribadito, in linea con la giurisprudenza di legittimità, la Suprema Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 13781/2020.

I Giudici Ermellini hanno esaminato il caso di una lavoratrice che aveva proposto opposizione al provvedimento di esclusione del proprio credito dallo stato passivo della società in cui prestava servizio, ritenendo provata la pregressa sussistenza del rapporto di lavoro subordinato con l’azienda.

Il Tribunale aveva ritenuto che l’esistenza del rapporto di lavoro fosse attestata dalla documentazione allegata dalla lavoratrice (lettera di assunzione, buste paga e CUD sottoscritto dalla procedura fallimentare ) e che la circostanza che la stessa lavoratrice fosse stata stabilmente nel consiglio di amministrazione della società non fosse d’ostacolo ai fini del riconoscimento della contestuale sussistenza di una prestazione di lavoro subordinato.

La Società ricorreva per cassazione contestando la prova del rapporto di lavoro subordinato tra le parti in base alla documentazione prodotta, senza alcun accertamento sulle concrete modalità di svolgimento della attività svolta.

La Cassazione ha tuttavia ritenuto di rigettare i motivi di impugnazione precisando il valore probatorio delle buste paga discende dal fatto che il contenuto delle stesse “è obbligatorio e sanzionato (un tempo penalmente e ora) in via amministrativa e, come tale, è di per sé sufficiente a provare il credito maturato dal lavoratore”.

Le buste paga, tuttavia, “devono trovare corrispondenza nel libro unico del lavoro, ivi compreso il calendario delle presenze del singolo lavoratore, per quanto attiene agli elementi che compongono la retribuzione, sicché le indicazioni ivi contenute di voci a titolo di ferie, permessi ed ex festività non godute contribuiscono a costituire la base probatoria necessaria a dimostrare il fatto costitutivo del relativo credito che il lavoratore intende insinuare al passivo e vanno valutate in uno con le contestazioni del curatore in merito alla regolare tenuta del libro unico del lavoro sulla base del quale le stesse erano state formate, i mezzi probatori di opposto segno eventualmente addotti dalla procedura o gli argomenti utili a dimostrare il loro inesatto contenuto”.

Il curatore non solo è abilitato a confutare il valore probatorio del libro unico a motivo della sua irregolare formazione, ma può anche contestarne le risultanze con mezzi contrari di difesa o, semplicemente, con specifiche deduzioni e argomentazioni volte a dimostrarne l’inesattezza, la cui valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice. Nel caso in esame, tale onere non risultava essere stato esercitato.

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