Confermata la responsabilità del Coni per la caduta sui gradini dello stadio di un tifoso, a causa della presenza di liquido oleoso

Aveva agito in giudizio nei confronti del Coni Servizi Spa al fine di vedersi riconoscere il risarcimento del danno subito a causa della caduta sui gradini dello stadio durante lo svolgimento di un incontro di calcio, causata dalla presenza di liquido oleoso.

Il Giudice di primo grado aveva respinto la pretesa del tifoso, ritenendo che dalla istruttoria effettuata si potesse dedurre che il liquido che aveva causato lo scivolo era stato versato da terzi, ossia da qualcuno dei presenti allo stadio, e che dunque non poteva ritenersi un difetto di custodia del Coni.

Tale ricostruzione era stata invece disattesa dal giudice di appello, che, interpretando diversamente le deposizioni testimoniali, aveva ritenuto che la macchia oleosa non fosse attribuibile alla condotta di terzi e che il Coni non avesse fornito alcuna prova liberatoria.

La convenuta ricorreva quindi per cassazione deducendo, tra gli altri motivi, che il Collegio distrettuale fosse incorso in errore nel ritenere che dalla deposizione dei testi era emerso che la sostanza oleosa non era stata versata da taluno del pubblico ma piuttosto era “prodotta” dallo stesso impianto sportivo. A detta della ricorrente, invece, dalle prove assunte questa conclusione non era affatto emersa, ed anzi, era da ritenersi preferibile la ricostruzione fatta dal giudice di primo grado.

Il Coni eccepiva poi che il Giudice di secondo grado avesse ritenuto provato il nesso di causalità tra l'”azione” della macchia oleosa e la caduta, quando invece il rapporto di causalità andava istituito tra la custodia dell’impianto e la caduta, essendo la macchia d’olio un fattore esterno che costituiva caso fortuito e dunque la sua stessa presenza esonerava il proprietario della struttura da responsabilità.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 3589/2021 ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte, respingendo il ricorso in quanto infondato.

“Va ribadito – hanno specificato dal palazzaccio – che nei casi riferibili all’articolo 2051 c.c. il danneggiato ha l’onere di provare il nesso di causa tra il danno subito e il “dinamismo” della cosa, mentre grava sul custode la prova liberatoria del fortuito, e va evidenziato come la condotta del terzo che abbia reso la cosa pericolosa rientra tra i casi di prova liberatoria, ossia integra il caso fortuito quando, data l’immediatezza del danno rispetto alla condotta del terzo, il custode non ha avuto possibilità di intervenire ed impedire il pregiudizio: “la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., opera anche per la P.A. in relazione ai beni demaniali, con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno, rimanendo l’amministrazione liberata dalla responsabilità suddetta ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione”.

In sostanza, la dimostrazione che il liquido fosse stato versato da terzi e che non fosse stato possibile intervenire tempestivamente per eliminarlo gravava sul custode, in quanto costituiva oggetto della prova liberatoria, e dunque correttamente la Corte aveva ritenuto che la dimostrazione di tale condizione gravasse sul Coni e non sul danneggiato. Ciò posto, che la macchia non fosse opera di terzi, ma fosse presente sui gradini per altre ragioni, legate alla stessa struttura, era accertamento in fatto, operato dalla corte nella sua discrezionalità e motivato.

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