Respinto il ricorso di un uomo che si era visto respingere la pretesa di risarcimento per i danni subiti a seguito di una caduta sulle scale del casinò

Aveva convenuto in giudizio la società gestrice di un casinò chiedendo il risarcimento dei danni subiti a seguito di una caduta sulle scale site all’interno della struttura. I Giudici del merito avevano ritenuto di rigettare la domanda sia in riferimento all’art. 2043 che all’art. 2051 cod. civ. Il Tribunale, in particolare, aveva osservato che la caduta si era verificata, nella specie, mentre l’appellante stava scendendo da un’ampia scala dotata di mancorrente su entrambi i lati e di strisce antisdrucciolo; al centro della quale, però, vi era una evidente macchia rossa, non ben definita ma comunque avvistabile a distanza di un paio di metri. La caduta, quindi, era stata determinata sì da cause estrinseche create da terzi, ma tali per cui essa sarebbe stata evitabile, da parte dell’infortunato, ove egli si fosse mosso con maggiore cautela.

Nel ricorrere per cassazione l’attore eccepiva che il Tribunale avrebbe applicato in modo non corretto l’art. 2051 cit., in particolare non considerando che dall’espletata istruttoria era emerso che la macchia sulle scale non era visibile e non spiegando le ragioni per le quali l’infortunato avrebbe dovuto immaginare la presenza di tale insidia. Pur essendo stato dimostrato, in termini di causalità materiale, il legame tra la macchia sulle scale e la caduta, il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto di individuare gli estremi del caso fortuito.

I Giudici della Suprema Corte, con l’ordinanza n. 17886/2020, hanno ritenuto le doglianze proposte inammissibili in quanto prive di fondamento.

Per la Cassazione, infatti, in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

La sentenza impugnata, sia pure con una motivazione non in tutto chiara, aveva comunque spiegato che la scala dove si era verificata la caduta non era in sé pericolosa, se non per la presenza di una macchia rossa la quale, comunque, risultava bene visibile in quanto era stata notata da un teste affetto da un grave deficit visivo, il quale si trovava a due metri di distanza dall’attore. Da tanto il Giudice a quo aveva tratto la conclusione che la caduta fosse da ricondurre ad una mancanza di attenzione della vittima, tale da integrare il caso fortuito. Da tale ricostruzione le prospettate violazioni di legge, tanto in ordine all’art. 2043 quanto in ordine all’art. 2051 cod. civ., erano da ritenersi prive di fondamento, perché il fattore di pericolo non poteva costituire un’insidia e perché un comportamento normalmente avveduto da parte del danneggiato avrebbe evitato ogni conseguenza dannosa.

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