Dall’indagine emergono dati incoraggianti sull’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani medici, ma permangono differenze tra uomo e donna oltre che a livello geografico, tra nord e sud del Paese

Il camice bianco di domani è prevalentemente donna, non vuole lasciare l’Italia (solo il 4,7% sceglie l’estero), predilige il lavoro in ospedale per dedizione e spirito di servizio (il 77%), ma è ben disposto a sperimentare nuove modalità professionali se adeguatamente sostenuto. E’ quanto emerge dall’indagine intitolata ‘Chi ci curerà nel 2020?’, realizzata dall’Ois (Osservatorio internazionale della salute) in collaborazione con Omceo Roma, Fimmg Roma, Cimo e Consulcesi.

La ricerca, che riguarda i medici ‘under 40’, evidenzia come l’85% dei giovani professionisti oggi svolge un’attività retribuita. Il 58,4% dei neo ‘camici bianchi’ lavora entro i 28 anni, il 37,7% fa volontariato, mentre l’89% chiede più formazione su etica e deontologia. In attesa che l’impiego diventi stabile, il giovane medico ha esperienze ricche e diversificate che lo portano a dialogare meglio con i pazienti riducendo la conflittualità.

La ricerca è stata condotta attraverso un questionario online autosomministrato a tutti i medici tra i 25 e i 40 anni. Il disegno della rilevazione ha previsto l’estrazione di un campione di circa 800 rispondenti (corrispondente a una frazione sondata pari a circa il 10%). L’indagine è stata concentrata su 6 aree tematiche: la condizione professionale e retributiva dell’ultimo anno; le aspirazioni per il futuro; le esperienze di volontariato; la domanda formativa sui temi etici e deontologici; la tutela professionale e gli strumenti di sostegno finanziario alla professione.

“Il dato sull’inserimento lavorativo – afferma Annalisa Cicerchia, componente del comitato scientifico di Ois – è molto positivo rispetto ad altre professioni, ma si segnala una grande frammentarietà con il 32% che ha fatto almeno due attività diverse nel corso dell’ultimo anno”.

Purtroppo l’indagine conferma alcuni dei mali cronici del mercato del lavoro italiano, quali lo scarto occupazionale tra uomini e donne, pari a 3 punti percentuali (86% contro 83%); vi sono poi oltre 4 punti di differenza rispetto alla quota di medici che sperimenta un ingresso precoce nel mercato del lavoro: il 60% delle donne comincia a lavorare entro i 28 anni, contro il 64,3% dei colleghi dell’altro sesso. “Questo mostra – afferma Cicerchia – che le donne hanno tempi di inserimento più lunghi, che certamente penalizzano i percorsi di vita personale e le scelte di maternità”.

Marcato anche il divario di occupati tra nord e sud (92% contro 76,4%) con la forbice che si allarga considerando l’accesso al mondo del lavoro prima dei 28 anni: nel settentrione la quota è del 70,9% e nel meridione del 40%. Nel centro, dove gli occupati sono l’83,8%, si registra la più alta propensione all’iniziativa professionale: il 75,2% (al nord 59,3% e al sud 58,3%).

Il rapporto tuttavia, a dispetto di un inserimento lavorativo così frammentato, rivela una netta attitudine a restare in Italia (solo il 4,7% ha scelto attività all’estero) e una ancora più notevole propensione all’impegno sociale dei giovani medici. Ben il 37,7%, infatti, dichiara di aver svolto o di svolgere attualmente attività di volontariato. I giovani medici, infine, si dimostrano anche molto attenti alle tutele: l’87,5% (nel Nord si supera il 91%) ha una copertura assicurativa. Più in generale, il 69,2% degli intervistati si è dichiarato interessato a un programma di sostegno finanziario agevolato per l’avviamento della propria attività professionale.

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2 Commenti

  1. Non credo che i risultati scaturiti da questa indagine siano corrispondenti alla realtà o comunque alcuni concetti sono espressi in maniera inappropriata o imprecisa. Credo che tutti, o quasi, i medici neoabilitati decidano di provare ad intraprendere o la carriera specialistica o quella del’assistenza terrioriale: solo l’anno scorso i medici partecipanti al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione erano 13000 per 6000 posti. Per cui, pur considerando che altri 1000 medici hanno avuto accesso al corso triennale di medicina generale, almeno la metà sono ad oggi precari in quanto, senza specializzazione o diploma in medicina generale, non si può aver accesso con contratto a tempo indeterminato al sistema sanitario nazionale. E comunque sia i corsisti di medicina generale che gli specializzandi vengono retribuiti con BORSA DI STUDIO per la sola durata del percorso formativo (3, 4 o 5 anni) poi tornano ad essere precari fino all’ottenimento della convenzione o la vincita di concorso pubblico per l’assunizone come strutturato in ospedale, modalità di accesso al lavoro ad oggi ancora bloccate a seguito dei tagli alla sanità avvenuti in successione negli ultimi anni. Lavorare si, ci si può riuscire, chi più chi meno, prendendo incarichi a tempo determinato (che senza specialità è l’unica modalità di assunzione pubblica prevista per legge) o in libera professione ma la stabilità e la sicurezza sono tutta un’altra cosa, ben lontane dalle vere condizioni in cui necessariamente i giovani medici si trovano a vivere oggi. Il messaggio che passa l’articolo a mio parere è sbagliato, se non altro perchè generalizza una condizione riscontrata su una popolazione ristretta (appunto i medici che hanno compilato il questionario in questione) estendendola in maniera del tutto arbitraria alla categoria.

    • Caro Giovanni, ho avuto la stessa impressione. Da verificare, chiederò al mio ufficio stampa. Grazie per la partecipazione

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