Respinto il ricorso della figlia di un uomo deceduto in seguito a una collisione tra veicoli contro la sentenza che ne respingeva la richiesta di ristoro

Si erano viste respingere, in sede di merito, la domanda avanzata in via riconvenzionale nei confronti di una donna che aveva agito in giudizio nei loro confronti per ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito dell’incidente di cui riteneva responsabile il veicolo antagonista, condotto padre di una delle attrici, deceduto nel sinistro stradale. Il Tribunale, condividendo le valutazioni del primo giudice, aveva escluso che, sulla base della valutazione delle prove assunte, potesse affermarsi la responsabilità della convenuta in ordine alla collisione tra veicoli, segnatamente rispetto all’eccesso di velocità che, in tesi, aveva caratterizzato la sua condotta di guida.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, le ricorrenti deducevano, tra gli altri motivi, che il tribunale avesse male interpretato le norme che disciplinano le regole della circolazione stradale e, specificamente, della condotta prudenziale che dovevano tenere i guidatori dei veicoli: lamentavano che il giudice d’appello non aveva coerentemente ricostruito tutte le circostanze emerse nell’ambito della ricostruzione del fatto, e cioè la velocità tenuta dalla controparte, l’esistenza di un incrocio, la presenza di un segnale di “fine diritto di precedenza”, l’esistenza di una curva nella prossimità del luogo della collisione e la presenza di una zona abitata.

Eccepivano che la conducente del veicolo antagonista non avesse osservato il segnale di “fine diritto di precedenza” e che, anche per tale ragione, il giudice avrebbe dovuto ritenerla obbligata a ridurre la velocità ben al di sotto di quella da lei tenuta: in tal modo sarebbe stato evitato l’incidente letale, ascrivibile soltanto alle numerose violazioni da lei poste in essere e non alla condotta del congiunto, in quella circostanza deceduto.

Deducevano, ancora, che il Tribunale avesse del tutto omesso di valutare la condotta di guida della controparte, limitandosi ad affermare che l’urto era stato violento. Lamentavano, infine, che non era stata affatto considerata la presunzione ex lege prevista dall’art. 2054 c.c, affatto superata dalle emergenze istruttorie.

Gli Ermellini, con l’ordinanza n. 27271/2021, hanno ritenuto le doglianze inammissibili.

Con specifico riferimento alla contestazione della violazione della norma che sovraintende il principio dell’onere della prova e di quelle ad essa collegate, la Cassazione ha ricordato che la violazione dell’art. 2697 c.c. si configura solo se “il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre per dedurre la violazione del paradigma dell’art. 115 cpc è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla ‘valutazione delle prove'”.

Nel caso in esame il Tribunale aveva correttamente applicato sia la ripartizione degli oneri probatori sia la valenza residuale dell’art. 2054 c.c., norma ritenuta superata dalla prova liberatoria in ordine alla responsabilità della parte appellata.

La censura, inoltre, prospettava la violazione di legge in relazione alle norme del codice della strada indicate, ma articolava un percorso argomentativo volto a criticare la motivazione della sentenza, contrapponendo una diversa tesi rispetto a quella che il Tribunale aveva, invero, compiutamente articolato, esaminando tutte le censure proposte avverso la sentenza del giudice di pace e ricostruendo la dinamica del sinistro alla luce delle emergenze processuali, avvalorate anche dall’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, incentrata correttamente sulla valutazione della condotta di guida di entrambe le parti, rispetto alla quale era emerso che la controparte non aveva compiuto alcuna violazione, rispettando il limite di velocità esistente nel luogo del sinistro.

La redazione giuridica

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