È al giudice che ha deciso per ultimo la causa cui l’avvocato deve domandare la liquidazione dei compensi professionali

La vicenda

Il Tribunale di Napoli aveva dichiarato la propria incompetenza a decidere sulla domanda di liquidazione dei compensi professionali proposta da un avvocato per il patrocinio svolto in favore di un condominio, in un processo definito nel grado d’appello.

Ad avviso del Tribunale se la domanda ha ad oggetto la richiesta di compensi per l’attività professionale svolta in più gradi di giudizio, l’intera lite rientra nella competenza del giudice di secondo grado (o di quello che abbia conosciuto per ultimo della controversia), essendo solo questi in condizione di valutare l’intera attività svolta e di liquidare il compenso nella misura più adeguata.

Contro tale pronuncia l’avvocato ha proposto ricorso per regolamento di competenza.

Ebbene le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 4247/2020) hanno condiviso il ragionamento seguito dal tribunale partenopeo che, a differenza di quanto sostenuto dal ricorrente, non trovava la sua fonte in una isolata sentenza della Suprema Corte, essendo stato più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità.

La soluzione offerta dal giudice napoletano, ad avviso degli Ermellini – è peraltro, la più coerente sul piano logico, in quanto il giudice che decide la causa nel grado superiore ha una migliore visione d’insieme dell’opera prestata dall’avvocato; ed inoltre, risponde alle ragioni di economia processuale che presidiano l’ordinamento e mirano ad evitare moltiplicazioni di giudizio, in linea con i principi del giusto processo.

La regola generale per la liquidazione dei compensi professionali

Vale quindi come regola generale che, nel procedimento azionato ai sensi dell’art. 28 della legge n. 794/1942, in caso di attività professionale svolta dall’avvocato in più gradi e/o fasi di un giudizio in favore del medesimo cliente, la domanda per i relativi compensi deve essere proposta al giudice collegiale che ha conosciuto per ultimo della controversia.

“La proposizione da parte dell’avvocato di distinte domande davanti a ciascuno degli ufficio di espletamento delle prestazioni professionali senza far luogo al cumulo è [infatti] meramente residuale ed è una strada percorribile soltanto se risulti in capo al credito un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata del credito”.

È anche noto il generale principio di diritto secondo il quale “non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto dell’obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità si traduce in una unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, ponendosi in contrasto sia con il principio di correttezza e di buona fede, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale” (Cass. Sez. Unite, n. 23726/2007).

Per queste ragioni, il Supremo Collegio ha stabilito che la controversia in esame dovesse essere decisa alla luce del seguente principio di diritto:

“Nel caso in cui un avvocato abbia scelto d agire ex art. 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794, come modificato dalla lett. a) del comma 16 dell’art. 34 del d.lgs. n. 150 del 1° settembre 2011, nei confronti del proprio cliente al pagamento dei compensi per l’opera prestata in più gradi e/o fasi del giudizio, la competenza è dell’ufficio giudiziario di merito che ha deciso per ultimo la causa”.

La redazione giuridica

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