Il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito

La vicenda

Il Tribunale di Bari aveva respinto il reclamo proposto da un avvocato osservando che tra il predetto professionista e il Fallimento fosse stata stipulata una convenzione relativa al compenso, come previsto dalla L. n. 247 del 2012, art. 13; cosicchè doveva ritenersi irrilevante la circostanza che quel compenso fosse risultato poi inferiore all’importo riconosciuto alla curatela a titolo di spese processuali.

Contro tale decisione il professionista aveva proposto ricorso per Cassazione lamentando:

  • la violazione o falsa applicazione dell’art. 1341 c.c., L. n. 81 del 2017, art. 3, L. n. 192 del 1998, art. 9, L. n. 247 del 2012, art. 13 bis, per avere il Tribunale ritenuto liberamente accettato il compenso previsto “pur in assenza (…) della clausola vessatoria che prevedesse un compenso inferiore a quello determinato dal giudice”;
  • violazione o falsa applicazione delle medesime norme per avere il Tribunale ritenuto che non fosse applicabile la più recente normativa sul cd. equo compenso alle curatele fallimentari, in via retroattiva;
  • violazione e falsa applicazione della L. Fall., art. 35, per non avere il Tribunale ritenuto applicabile la suddetta norma alla convenzione per la riduzione dei compensi degli avvocati;
  • violazione dell’art. 31 della Cedu a misura della tutela della dignità del lavoro, da considerare lesa per effetto della riduzione del compenso di circa la metà rispetto a quello ritenuto congruo dalla sentenza che aveva definito il giudizio relativamente all’opera professionale che era stata prestata.

Ma il motivo è stato dichiarato infondato (Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, ordinanza n. 7904/2020).

Il Tribunale di Bari aveva rigettato il reclamo rilevando come il compenso fosse stato corrisposto all’avocato sulla base di una convenzione liberamente e anteriormente stipulata con la curatela; a tal proposito aveva soggiunto che la norma sull’equo compenso degli avvocati, di cui alla L. n. 247 del 2012, art. 13-bis, pure invocata in sede di reclamo, non poteva applicarsi alla fattispecie in esame, non solo perché successiva alla convenzione detta, ma anche e soprattutto perché riguardante solo le convenzioni unilateralmente predisposte da imprese bancarie o assicurative e in genere dalle grandi imprese; mentre nel caso concreto la convenzione era stata frutto della libera contrattazione tra le parti, senza possibilità di correlarne la stipulazione a una sorta di abuso di dipendenza economica.

A tal proposito, il giudice barese aveva puntualizzato che la L. 31 dicembre 2012, n. 247, (di riforma della professione forense) ha in generale stabilito, all’art. 13, che il compenso spettante al professionista è pattuito di regola per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale, e che la pattuizione dei compensi è libera, salvo il divieto dei patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa; a loro volta, secondo la medesima previsione, i parametri indicati nell’apposito decreto ministeriale, ai sensi dell’art. 1, comma 3, della stessa Legge, possono essere applicati “quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei compensi e nei casi in cui la prestazione professionale è resa nell’interesse di terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge”.

La convenzione tra le parti sul compenso professionale

Nel caso di specie, la stipulazione della convenzione, che entrambe le parti avevano indicato esser avvenuta nel 2014, era stata successiva all’entrata in vigore del D.L. 16 ottobre 2017, n. 148, convertito con modificazioni dalla L. 4 dicembre 2017, n. 172, che ha introdotto l’invocato art. 13-bis della L. n. 427 del 2012. Ebbene, tale disposizione non ha valenza retroattiva.

Peraltro, la Corte di Cassazione ha già chiarito (Cass. n. 21235-13; Cass. n. 1900-17, Cass. n. 14293-18) che il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito, in quanto l’art. 2233 c.c., pone una garanzia di carattere preferenziale tra i vari criteri di determinazione del compenso, attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta fra le parti – e solo in mancanza di quest’ultima, in ordine successivo, alle tariffe e agli usi e, infine, alla determinazione del giudice; non rilevano, in ipotesi di libera pattuizione del compenso, neppure i minimi tariffari, giacchè la previsione di codesti non si traduce in una norma imperativa idonea a rendere invalida qualsiasi pattuizione in deroga, visto che risponde all’interesse del decoro e della dignità delle singole categorie professionali e non a quello generale dell’intera collettività, che è il solo idoneo ad attribuire carattere di imperatività al precetto con la conseguente sanzione della nullità delle convenzioni ove a esso contrarie (ancora Cass. n. 17222-11, Cass. 1900-17).

La decisione

Tanto premesso, i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto i motivi di doglianza formulati dal ricorrente del tutto privi di fondamento: in particolare, sono stati ritenuti privi di pregio i profili relativi alla violazione delle norme sulla dignità del lavoro, in quanto non coerenti con l’avvenuta stipulazione di un valido patto sul compenso, avente natura negoziale “che quindi suppone doversi far riferimento, quale base della regolamentazione dei livelli di interesse, alla sola volontà delle parti stipulanti, secondo l’interesse economico di ciascuno di essi: in una parola, all’autonomia contrattuale”.

Inammissibile poi, il riferimento alla vessatorietà o all’abusività della convenzione, in rapporto a una qualche forma (ben vero neppure esplicitata) di abuso che sarebbe stato perpetrato a proprio danno, in quanto del tutto generico, senza contare poi che – come rilevato dallo stesso Tribunale – la convenzione era stata oggetto di libera negoziazione tra le parti.

Avv. Sabrina Caporale

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