Confermata la condanna del datore per l’infortunio occorso a un dipendente che nel percorrere un grigliato poggiava i piedi su un coperchio non fissato, cadendo e riportando lesioni superiori ai 40 giorni

Nella qualità di datore di lavoro, per colpa e in violazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro, aveva omesso di assicurare che le aperture poste su un grigliato fossero chiuse con mezzo adeguato, così cagionando a un suo dipendente, il quale percorrendo il grigliato poggiava i piedi su un coperchio non fissato posto su un’apertura di cm. 80 e vi cadeva all’interno, lesioni superiori ai 40 giorni. L’uomo veniva condannato in sede di merito, con riconoscimento di provvisionale per i danni, per il reato di cui all’art. 590 comma 3 del codice penale.

Nel ricorrere per cassazione l’imputato deduceva violazione di legge e vizio della motivazione, rilevando che il reato contestato rientrava tra i reati omissivi impropri o commissivi mediante omissione e che, per addivenire all’affermazione di penale responsabilità, sarebbe stato necessario provare alcuni specifici elementi, primi fra tutti la propria posizione di garanzia e la rimproverabilità psicologica a titolo di colpa della condotta omissiva contestata.

In particolare eccepiva, quanto al primo elemento, che all’interno dell’azienda vi fossero altre figure preposte alla sicurezza del cantiere, nulla avendo sul punto affermato la Corte d’appello, pur investita della questione; inoltre, osservava che il cantiere fosse di proprietà di ENEL Produzione S.p.A., il piano di lavoro fosse stato realizzato da quest’ultima – che aveva pure predisposto il piano di sicurezza – e che il contratto di lavoro prevedesse l’impegno di ENEL a eliminare ogni prevedibile rischio di incidenti o infortuni, avendo la Corte d’appello risposto solo in ordine al primo dei punti indicati.

La Suprema Corte, con la sentenza n. 7921/2021 ha ritenuto il ricorso inammissibile.

Per la Cassazione, infatti, il giudice d’appello aveva correttamente dato conto del fatto che l’imputato avesse la disponibilità giuridica dei luoghi nei quali si svolgeva il lavoro e sui quali insisteva il piano di calpestio incriminato, sottolineando la mancata attivazione dei poteri di intervento da parte del primo garante della sicurezza, vale a dire il datore di lavoro.

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