Il danno alla capacità di guadagno va liquidato stabilendo la quota di reddito perduta dalla vittima in conseguenza dell’invalidità causata dall’illecito

La ricorrente aveva impugnato con ricorso per cassazione la sentenza con la quale la Corte d’appello di Bologna e prima ancora, il Tribunale, pur accogliendo la domanda di risarcimento del danno alla capacità di guadagno conseguente all’incidente stradale che l’aveva coinvolta, aveva liquidato il relativo importo ponendo a base del calcolo il reddito dalla stessa percepito all’epoca del sinistro (1998), rivalutato però non già – come si sarebbe dovuto – alla data della liquidazione, ma a quella di pagamento dell’acconto da parte dell’assicuratore, avvenuto nel 2002 (e dunque otto anni prima della sentenza di primo grado, e quindici anni prima di quella di secondo grado).

La Corte di Cassazione (Sesta Sezione Civile, sentenza n. 3545/2020) ha accolto il ricorso nella parte in cui aveva dedotto la violazione degli artt. 1223 e 1219 c.c.

La decisione della corte d’appello di Bologna di liquidare il danno patrimoniale da perdita di reddito ponendo a base del calcolo il reddito percepito dalla vittima nel 1998, data del pagamento dell’acconto, “cozza contro elementari regole di diritto e di matematica finanziaria”. – hanno affermato gli Ermellini – “Cozza contro regole di diritto perchè la liquidazione del danno da fatto illecito ha lo scopo di reintegrare il patrimonio del danneggiato, collocando quest’ultimo nella medesima posizione in cui si sarebbe trovato se non fosse stato commesso il fatto illecito (c.d. “principio di indifferenza”).

A tale scopo, quando, come solitamente accade, il potere d’acquisto del denaro abbia subito un deprezzamento tra il momento del fatto illecito e quello della liquidazione del danno da parte del giudice, la liquidazione deve avvenire in moneta attuale, ovvero rivalutando la perdita verificatasi all’epoca del sinistro in base ad un coefficiente che restituisca il valore dell’importo perduto espresso in moneta dell’epoca della liquidazione.

L’omissione di tale operazione (taxatio) ha per effetto una reintegrazione incompleta del patrimonio della vittima, la quale si vedrebbe restituire un importo di valore solo nominalmente equivalente a quello perduto: risultato ovviamente impedito sia dall’art. 1223 c.c., il quale sancisce il già ricordato principio dell’integralità del risarcimento; sia dall’art. 1277 c.c., il quale limita al solo campo delle obbligazioni di valuta il principio nominalistico.

La decisione della Corte felsinea, in secondo luogo, non era neppure rispettosa del principio di matematica finanziaria (implicitamente recepito dall’art. 1223 c.c., e quindi rilevante come regula iuris) in virtù del quale, in condizioni normali di mercato, il valore reale d’una somma di denaro è inversamente proporzionale al tempo intercorso tra il momento in cui sorge l’obbligo di pagarla, e il momento in cui avviene il pagamento effettivo.

Ne discende che anche il credito avente ad oggetto il risarcimento del danno da perdita totale o parziale della capacità di lavoro, come qualsiasi altro credito risarcitorio, deve essere liquidato stabilendo innanzitutto quanta parte del proprio reddito la vittima abbia perduto in conseguenza dell’invalidità causata dall’illecito; e se l’ultimo reddito noto risale ad un’epoca anteriore al sinistro, la liquidazione non può che avvenire previa rivalutazione di tale importo, in base al coefficiente del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati (FOI) calcolato dall’Istat e relativo all’epoca del sinistro.

In altre parole, il debitore dell’obbligo di risarcire il danno causato da un fatto illecito è in mora ex se dal giorno del fatto illecito (art. 1219 c.c.).

E, come da tempo stabilito dalla giurisprudenza di legittimità, il ritardato adempimento dell’obbligo di risarcimento del danno impone al debitore di:

(a) pagare al creditore l’equivalente monetario del bene perduto, espresso in moneta dell’epoca della liquidazione, il che si ottiene con la rivalutazione del credito, salvo che il giudice ovviamente non scelga di liquidare il danno in moneta attuale;

(b) pagare al creditore il lucro cessante finanziario, ovvero i frutti che il denaro dovutogli a titolo di risarcimento sin dal giorno del sinistro avrebbe prodotto, in caso di tempestivo pagamento; e questo danno si può liquidare anche (ma non solo) applicando un saggio di interessi equitativamente scelto dal giudice sul credito risarcitorio rivalutato anno per anno (Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995).

Queste regole debbono trovare applicazione sia quando il debitore adempia la propria obbligazione uno actu, sia quando, prima della liquidazione definitiva, abbia versato degli acconti.

In quest’ultimo caso, la circostanza che il debitore abbia pagato alcuni acconti non fa ovviamente venir meno l’esistenza della mora, ma può solo attenuarne gli effetti.

È infatti evidente che, nel caso di pagamenti in acconto, il creditore:

(a) nel periodo compreso tra il danno e il pagamento dell’acconto, a causa della mora ha perduto la possibilità di investire e far fruttare l’intero capitale dovutogli: e dunque il danno da mora deve, per questo periodo, replicare il lucro che gli avrebbe garantito l’investimento dell’intero capitale;

(b) dopo il pagamento dell’acconto, e per effetto di quest’ultimo, il creditore non può più dolersi di avere perduto i frutti finanziari teoricamente derivanti dall’investimento dell’intero capitale dovutogli; dopo il pagamento dell’acconto, infatti, il lucro cessante del creditore si riduce alla perduta possibilità di investire e far fruttare il capitale che residua, dopo il pagamento dell’acconto.

Se questo è il criterio che deve presiedere alla liquidazione del danno da mora nelle obbligazioni di valore, ne consegue che nel caso di pagamento di un acconto, tale pagamento va sottratto dal credito risarcitorio attraverso le seguenti operazioni:

(a) rendendo omogenei il credito risarcitorio e l’acconto (devalutando li entrambi alla data dell’illecito, ovvero rivalutandoli entrambi alla data della liquidazione);

(b) detraendo l’acconto dal credito risarcitorio;

(c) calcolando gli interessi compensativi ad un saggio scelto in via equitativa, da applicarsi:

(c’) sull’intero capitale rivalutato anno per anno, per il periodo che va dalla data dell’illecito al pagamento dell’acconto;

(c”) sulla somma che residua dopo la detrazione dell’acconto (anche in questo caso rivalutata anno per anno), per il periodo che va dal suo pagamento fino alla liquidazione definitiva.

Ebbene, di tali principi divenuti ormai jus receptum, la Corte d’appello di Bologna non aveva fatto corretta applicazione. I giudici di merito avevano infatti, trascurato di tenere conto nella liquidazione finale del danno della mora già maturata a favore dei creditori tra la data del sinistro e quella di pagamento dell’acconto; così giudicando avevano finito per sterilizzare il credito risarcitorio vantato dagli attori dagli effetti della mora. Per queste ragioni la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.

La redazione giuridica

Se sei stato/a vittima di un sinistro stradale e vuoi ottenere, in breve tempo, il risarcimento dei danni fisici subiti o dei danni da morte di un familiare, clicca qui

Leggi anche:

Trauma cranio-facciale da sinistro stradale e personalizzazione del danno

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui